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Esaltazione della Croce: “La misura dell’Amore è amare senza misura”

Data di pubblicazione 16/09/2026


Omelia nella Festa dell’Esaltazione della Croce
(San Luca, 14 settembre 2026)

Carissimi Fratelli e Sorelle,
come i discepoli ai piedi della Croce di Gesù, siamo qui per apprendere da Lui, Crocifisso Amore, la lezione suprema della gratuità, dell’umiltà, del dono di sé nel compimento pieno della volontà del Padre e nell’offerta totale a ciascuno di noi e a tutta l’umanità della Sua vita divina fino all’ultima goccia del Suo Sangue preziosissimo.
Nell’abbracciare la Sua Croce, insieme alle nostre, siamo esaltati dalla Sua Potenza divina verso la gloria di Dio e la nostra liberazione integrale.
La Festa dell’Esaltazione della Croce presenta, nel Vangelo, i versetti culminanti e quasi conclusivi del lungo colloquio di Gesù con Nicodemo, al capitolo 3 di Giovanni. Il Signore attende la visita notturna di questo ebreo pio e giusto, facente parte del Sinedrio (Gv 7,50), che sarà tra quelli che con amore dolente Gli tributeranno gli onori estremi della sepoltura (Gv 19,39: porterà una quantità enorme di una costosa mistura di mirra e di àloe, circa trenta chili). All’inizio, quest’uomo profondamente onesto e pensoso, aveva timore di essere rigettato dal suo ambiente e, quindi, accostava il Signore con cautela. Nicodemo farà, grazie a Gesù e alla sua personale corrispondenza a Lui, un cammino di fede e di conversione, che vorremmo imitare anche noi (…).
I vv. 13-16 formano come l’epilogo di quest’incontro notturno, che apre a Nicodemo l’alba della sua vita “nuova”, quella che, secondo le promesse dell’Antico Testamento, ormai giunge al compimento in Cristo Signore.
Al v. 16: Gesù gli spiega come e da dove viene la Vita da conseguire con la fede: dall’Amore del Padre. Poiché il Padre ha amato tanto (con gratuità, senza riserve e senza misura: “la misura dell’amore è amare senza misura!” S. Agostino) il “mondo” dei peccatori senza avvenire e senza speranza, che da solo non può avere nessuna possibilità di salvezza. Lo amò tanto, da “donare il Figlio suo, l’Unigenito”. Donare è senza resto: donare al mondo, al mondo di peccato, di morte, a questo mondo creatura divina da salvare a qualsiasi prezzo. Il Padre deve pagare “il Prezzo”, l’Unico Figlio. Da “donare alla Croce”, da donare dalla Croce al mondo. Dio da sempre ama il mondo, anche se il mondo lo rifiuta. Il Figlio, che lo conosce e ne vive e ne è immerso, ce lo testimonia dalla Croce. Questo versetto è stato considerato il centro del Vangelo di Giovanni, che vuol portarci a confessare con meraviglia: “Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi!”. Perché “Dio è amore” (1Gv 4,16). Solo in questa luce possiamo comprendere correttamente tutta la Rivelazione su Dio, sulla nostra identità di uomini fatti per amare e per essere amati e sulla storia, il cui principio vitale e fondamentale e il cui destino ultimo è l’amore.
- Da dare il Figlio unigenito: Perché il Padre manda il figlio? Non poteva venire e farsi carne Lui stesso? Ci ha dato il Figlio perché l’Amore vero non è un blocco monolitico, non è autoreferenziale e solo in Lui, nel Figlio, l’Amore del Padre si manifesta pienamente. Inoltre, nel Figlio, che Dio Padre ama come è amato, vediamo la nostra identità di figli del Padre. Gesù ha vissuto e vive ciò che anche noi siamo chiamati a vivere: la “filialità” e la conseguente fraternità. Inoltre, Egli ci ama dello stesso amore che il Padre ha per Lui (15,9) e ci assicura che il Padre ci ama come Lui (17,23), con un amore che è prima della fondazione del mondo (17,24), “intramontabile” (B. Giovanni Paolo I). Afferrato da un mistero così inaudito, al colmo dello stupore, San Paolo, al cap. 8 della Lettera ai Romani, esplode in un inno all’amore di Dio, che si esprime sotto forma di una serie di domande incalzanti e che esordisce con una meravigliosa certezza: “Che diremo dunque? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a Lui?” (Rm 8,31-32).
chiunque crede in Lui: La salvezza è credere in Gesù crocifisso, il Figlio dell’uomo innalzato; la nostra fede non è semplicemente in Dio (deisti), ma in un Crocifisso Amore! Al di fuori di Lui, siamo ciò che non siamo, il nulla di noi stessi. Per questo accogliere Lui è trovare noi stessi; rifiutare Lui è perdere se stessi.
v. 17: non per condannare il mondo: Amore senza resto è il Gratuito divino. Senza dunque esigenze di ritorno da parte degli uomini. E che non fa mai vendetta contro chi non è pronto ad amare. Il Figlio viene con il flagello nel tempio non per giudicare o condannare il mondo peccatore. È venuto a salvarlo proprio “purificando” il tempio, sdemonizzando con la sua croce l’immagine diabolica che l’uomo ha di Dio e di sé. Il “flagello” che purifica il tempio è la sua croce.
La salvezza o la perdizione non è predestinazione divina. Dio ha creato tutto per la vita e non c’è veleno di morte nelle sue creature, se non quello che ci siamo procurati noi, credendo alle nostre paure invece che a Lui (cfr. Sap 1,12ss.; 2,24), o ribellandoci a Lui e lasciandoci mordere dal serpente antico, il nemico del genere umano, che vuole iniettarci veleni e farci morire. Ma se abbiamo abbandonato Lui, sorgente di acqua viva (Ger 2,13), Egli non ci ha abbandonato; ci ha anzi manifestato nel modo più grande e indubitabile il suo amore, perdendo se stesso per noi. Nell’abbandono del Figlio sulla croce (Mc 15,34: Dio mio, Dio mio…?), nessun abbandono è più abbandonato: in ogni perduto il Padre vede suo Figlio, che di ogni perdizione ha fatto una dimora della Gloria. Siamo soltanto chiamati a guardare a Lui per essere salvati, come già disse il Signore a Mosè riguardo al serpente che si era fatto sopra un’asta (cfr. prima lettura, Nm 21, 4b-9).
E Maria ai piedi della Croce partecipa già, col Suo dolore immenso ma composto, a questa vittoria sul male e la condivide schiacciando il capo del serpente, secondo l’antica promessa di Dio nella Genesi.
Ecco perché, grazie a Cristo e a Lei, anche noi possiamo alzare lo sguardo, nonostante tutto, e riscoprirci Comunità ecclesiale non per produrre vuota retorica priva di senso o ipocrisia farisaica, ma per spronarci vicendevolmente a camminare insieme, come Chiesa in stato sinodale, sulle orme di Maria, la donna nuova, la creatura risorta, la sintesi di valori. È così che potremo, anche nei momenti più bui, contribuire – come esortava Papa Francesco – a «far germogliare sogni, suscitare profezie e visioni, far fiorire speranze, stimolare fiducia, fasciare ferite, intrecciare relazioni, risuscitare un’alba di speranza, imparare l’uno dall’altro, e creare un immaginario positivo che illumini le menti, riscaldi i cuori, ridoni forza alle mani».
È questo l’augurio che ci scambiamo stasera, ai piedi della Croce di Gesù, rinvenuta a Polsi nel lontano 1144, con la stessa emozione di quel pastore che, cercando un toro smarrito, lo trovò inginocchiato ai piedi di questa Croce misteriosa, che anche noi vogliamo adorare con tutto il cuore per la salvezza nostra e dell’intera umanità.

✠ Cesare Di Pietro


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