Data di pubblicazione 08/04/2026
Carissimi fratelli e sorelle,
questa notte nella “madre di tutte le veglie” la luce del cero acceso al fuoco nuovo ha rischiarato l’oscurità della notte ed ha aperto le porte della speranza. E’ la Pasqua del Signore, che in senso letterale è un passaggio. Per l’antico Israele è il passaggio dalla schiavitù in terra straniera alla libertà della terra promessa. Un passaggio che rimane decisivo e fondamentale nella sua storia: “Ricordati che eri schiavo in terra d’Egitto e il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire da lì”? si legge in Deuteronomio 5,15. La Pasqua per l’antico Israele è un passaggio a vita nuova e la riconquista della libertà perduta. È questo il significato della Pasqua vissuta anche da Gesù insieme ai discepoli. Ma con Gesù essa ha acquistato un significato nuovo grazie al suo immolarsi sulla croce.
La liturgia della Parola ci ha fatto attraversare tutta la storia della salvezza. Abbiamo rivissuto la creazione, il sacrificio di Abramo, il passaggio del Mar Rosso, le promesse dei profeti. È come se Dio, ancora una volta, ci avesse preso per mano per dirci: “Vedi? Io non ti ho mai abbandonato”. La storia dell’umanità, la nostra storia non va avanti da sola, né è affidata totalmente alle mani dell’uomo. E’ Dio che ha dato origine ad essa e che l’ha accompagnata nel suo corso, che se ne è preso cura. Non c’è nulla di questa storia che non l’abbia interessato. S’è instaurata un’Alleanza tra Dio e l’umanità sin dalla sua creazione. Ad essa Dio resta fedele per sempre, porta a compimento le sue promesse di salvezza per l’umanità. La sua fedeltà è prova della sua bontà. Lo attesta la Scrittura: «Riconoscete che il Signore, vostro Dio, è il vero Dio. Egli è il Dio fedele che mantiene l’alleanza e l’amicizia per mille generazioni con coloro che l’amano e osservano i suoi comandamenti» (Deuteronomio 7, 9).
La salvezza promessa ad Israele è saldamente nelle mani di Dio e si compie nel mistero pasquale, realizzato dal Figlio che sposa la volontà del Padre sino alla fine.
Il Vangelo, descrivendo l’episodio delle donne che vanno al sepolcro, per compiere un gesto di pietà, ci consegna un annuncio di gioia: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, io ve l’ho detto».
Queste parole dell’Angelo della risurrezione hanno valore ancora oggi. Ci fa bene il suo invito a non aver paura delle ferite che ci portiamo dentro, delle incertezze del tempo presente. La pietra ribaltata via dal sepolcro non è solo quella del sepolcro. È anche la pietra delle nostre paure, delle nostre delusioni, delle nostre fatiche ed abitudini. È la pietra del peccato e della morte. E Dio la ribalta.
Con la Risurrezione la storia di Gesù non si conclude: continua nella nostra vita, in quella della comunità dei discepoli, nella chiesa. Gesù è il Dio che entra nelle nostre notti e le illumina. È un Dio che ci sorprende quando pensiamo che tutto sia finito.
Carissimi,
dopo il silenzio del Venerdì Santo e l’attesa del sabato, l’annunciò che ora risuona inatteso è: Cristo è risorto! ed è vivo per sempre! Portiamo quest’annuncio nelle nostre case, nelle nostre comunità, nei nostri paesi.
Con Cristo risorto vivo in mezzo a noi tutto è possibile:
è possibile che il peccato e la morte non abbiano l’ultima parola,
che l’odio non vinca sull’amore
che la vendetta sia superata col perdono
che la vita prevalga sulla morte
che la mitezza vinca sulla prepotenza e sull’arroganza
che la pace ponga la parola fine sulla guerra
che la luce disperda le tenebre del male.
Questa notte ci pone di fronte ad una scelta: o restare prigionieri nel sepolcro delle nostre abitudini, delle nostre infedeltà e malesseri o vivere da risorti?
Vivere da risorti è sperimentare la Pasqua nella vita quotidiana: nella famiglia, nel ministero e nel lavoro, nelle relazioni, nelle fatiche.
In questa notte santa, mentre la luce del Cristo risorto squarcia le tenebre e rinnova la speranza del mondo, il mio cuore desidera aprirsi alla gratitudine. Gratitudine verso il Signore per quanto mi ha dato. Gratitudine verso questa Chiesa di Locri-Gerace, ed in particolare verso questa parrocchia che ha sede nella Cattedrale, verso i sacerdoti, verso don Fabrizio, parroco di questa parrocchia, che troppo spesso si è addossato il servizio delle celebrazioni del vescovo ed ha curato nel modo migliore questa chiesa cattedrale. Come dimenticare la fatica e i sacrifici sopportati durante il tempo della sua chiusura per i lavori di restauro e di adeguamento liturgico? Durante il periodo del covid? Un grazie a don Antonio, cui ho chiesto di accompagnare come rettore i seminaristi e rianimare la pastorale vocazionale. In questi anni è stata tanta la collaborazione ricevuta. In tante occasioni ho apprezzato l’impegno di tanti che hanno condiviso con me la fatica e la bellezza del ministero.
Ho sentito molto vicini voi, fedeli di Locri e soprattutto di questa parrocchia, che avete partecipato alle celebrazioni in questa nostra Cattedrale, le religiose della caritas diocesana e del seminario, le Ancelle parrocchiali per l’animazione liturgica. Abbiamo vissuto una bella collaborazione pastorale, che – penso – ha aiutato a crescere tutta la nostra chiesa, avviando significativi percorsi di rinnovamento pastorale.
Consegno a tutti il saluto e la benedizione d papa Leone XIV, che ha mostrato tanta attenzione per la nostra chiesa, incoraggiando il nostro cammino pastorale.
Carissimi,
questa è la notte della vita nuova, la notte in cui tutto rinasce, la notte in cui anche il nostro cammino viene illuminato dalla fedeltà di Dio. Quella fedeltà nella quale ho confidato sin dall’inizio del mio ministero, richiamando nel mio stemma il versetto 10 del Salmo 52: “Confido nella fedeltà di Dio in eterno e per sempre”.
E proprio per questa fedeltà desidero ringraziare il Signore, Pastore buono. Nulla sarebbe stato possibile senza la sua grazia. Egli ha guidato i miei passi, anche quando il cammino si è fatto faticoso o incerto. Non è ancora tempo di bilanci, ma ciò che è stato fatto è grazie soprattutto alla fedeltà e alla bontà del Signore.
Continuiamo a camminare insieme, come popolo pasquale, portando nel mondo la luce del Risorto. Siamo una Chiesa pasquale, la comunità che è nata dalla Pasqua. E perciò chiamati ad essere non una Chiesa ripiegata su sé stessa, ma aperta alla vita, che annuncia la gioia del Signore Risorto, che cammina nella storia, che non si stanca di andare avanti. Perché Cristo è vivo, e cammina con noi.
Buona Pasqua a tutti.