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Pentecoste: sognare con lo Spirito per rinnovare la Chiesa

Data di pubblicazione 24/05/2026


Carissimi fratelli e sorelle,
stiamo vivendo la veglia della pentecoste con Maria e gli Apostoli.
È la veglia che ci riporta nel Cenacolo, il luogo ove la Chiesa può ritrovare unità, energia e vita. Come gli Apostoli insieme con Maria, siamo in attesa del dono promesso: lo Spirito Santo, il Signore che dà la vita. Questa veglia cade come dono provvidenziale per la nostra chiesa nel momento che sta vivendo. Stiamo vivendo un dono di grazia che ci apre ad una riflessione profonda e c’interroga.
La domanda che provoca la nostra riflessione in questa ora è: Cosa chiede lo Spirito della Pentecoste a ciascuno di noi e alla nostra chiesa? Lo Spirito parla in noi, la veglia è tempo di ascolto dello Spirito, la preghiera in questo momento non è parlare a Dio quanto lasciare che Dio parli a noi. Cosa può dire lo Spirito alla nostra chiesa in questo particolare momento? Abbiamo questa mattina accolto l’annuncio del nuovo pastore, del neo eletto vescovo, un dono del Santo Padre Leone XIV, che nasce da una considerazione: la chiesa ha bisogno di vita, di camminare, di non arrendersi, di accogliere costantemente il dono dello Spirito. L’età che aumenta, la malferma salute che incombe, la stanchezza che fa capolino consigliano sempre un sostare, un fermarsi, un contemplare il volto del Signore, un accogliere lo Spirito, una testimonianza di saggezza e di libertà interiore. È quanto il Signore sta chiedendo a me: rendere testimonianza silenziosa di un amore che non viene meno, ma si manifesta diversamente. L’età avanzata non è una maledizione, ma una grazia in più che consente di volgere più tempo al Signore, all’orazione ed alla preghiera, all’ascolto e all’orientare lo sguardo su chi ha bisogno, a valorizzare il tempo che rimane a disposizione. Come ci ha ricordato la terza lettura tratta dagli Atti degli Apostoli: “Negli ultimi giorni su tutti effonderò il mio spirito; i vostri figli e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno sogni”.
Anch’io in questo momento ho bisogno di sognare: sognare che la Parola annunciata è diventata seme che germoglia, sognare che gli ideali per i quali ho impegnato la mia vita non sono caduti nel nulla, sognare che le comunità che ho servito hanno attraverso le mie povertà incontrato il Signore, sognare che le parole dette siano state espressione vera di un vissuto e di una testimonianza vera di carità e amore e non parole vuote e insignificanti; sognare che la Chiesa che ho servito è diventata comunità di fede e di speranza; sognare che l’invocazione del nome del Signore avrà condotto sulla via della salvezza; sognare è vedere con occhi limpidi che la pace nella quale si è creduto è divenuta realtà. Ma proprio la presenza di tanti sogni irrealizzati porta a dire: occorre continuare a sognare. Il sogno più bello è quello dei cieli nuovi e della terra nuova cha stanno davanti a noi e che sono solo opera dell’infinito amore del Creatore.
Su tutti effonderò il mio Spirito” è la promessa di cui ha bisogno la nostra Chiesa, di cui ha bisogno ciascuno di noi. Questa promessa sostiene il cammino della nostra chiesa. Lo Spirito del Signore ci sta parlando, ascoltiamolo. Sta parlando ai sacerdoti, ai diaconi, ai religiosi e alle religiose, ai fedeli tutti. Ascoltiamo la sua voce. Lo Spirito ci sta dicendo che la nostra chiesa ha bisogno di freschezza, di giovinezza, di coraggio, di saper osare, di non aver paura, di non adagiarsi nelle proprie scelte, nelle comodità che rallentano il cammino. Ci sta dicendo che in questo momento abbiamo bisogno di guide pastorali che sappiano osare di più, che non entrino in compromesso col male, che andando avanti indichino il cammino da seguire, stando in mezzo non si sentono estranei, occupando posizioni più indietro mostrano come recuperare chi è in difficoltà ed ha bisogno di aiuto per riprendere il cammino.
Lo Spirito Santo questa sera ci sta invitando a riflettere come comunità che ha bisogno di continuare il cammino, come comunità sta vivendo una grande opportunità, una tappa storica importante del suo cammino: il passaggio da un pastore ad un altro è un momento di grazia. Cosa può significare per le nostre comunità questo momento? Cosa vuole suggerire al nostro cuore? Ai sacerdoti, ai fedeli, ai ministranti, a chi è impegnato in politica e chiede consenso ai cittadini? A quali condizioni il cristiano può dare il proprio consenso?
Il mondo sta attraversando una fase storica difficile: i popoli si contrappongono, la corsa alle armi sta divenendo più frenetica, le risorse economiche vengono spese in armamenti, le povertà crescono, le disuguaglianze aumentano. Cosa è chiamato a fare il cristiano? Una cosa semplice: essere concretamente operatore di pace. Occorre disinnescare l’economia dagli interessi economici legati alle guerre. La corsa agli armamenti non è conforme al vangelo. Il cristiano che è favorevole alla guerra è contro il vangelo. Chi detiene armi in casa corre il rischio di usarle prima o poi. Il cristiano è un fedele disarmato, che seguendo la profezia di Isaia vuole convertire le armi in aratri, ovvero in strumenti di pace.
Cosa dice lo Spirito alla nostra Chiesa in questo momento?
Di certo c’invita ad accoglie il nuovo pastore, a pregare per lui, ma soprattutto ad essere docili ai suoi insegnamenti.
La Pentecoste è il compimento continuo della Pasqua di Cristo nella vita della Chiesa e nel cuore di ogni credente. La Pasqua è evento di vita e di risurrezione, la vita va difesa da ogni pericolo che produce la morte, la distruzione, l’odio e la divisione.
Siamo chiamati ad aver paura delle armi, spesso purtroppo sentiamo che anche nei nostri ambienti le forze dell’ordine trovano delle armi. Disarmiamo anche i nostri cuori da ogni sentimento di odio e di violenza. Nel cenacolo gli Apostoli erano chiusi per paura. Paura di che? C’erano ancora in loro tracce delle violenze subite da Gesù. Dopo la sua passione e morte avevano visto Gesù Risorto, la sua gloria. Eppure portando ancora dentro fragilità, incertezze, timori, avevano bisogno dello Spirito. Come ne abbiamo bisogno noi oggi.
La Pentecoste è l’ora in cui irrompe in loro lo Spirito, lo Spirito della riconciliazione e della pace. Irrompe in loro, non in uomini perfetti, ma in uomini bisognosi di forza, di luce, di coraggio. Irrompe anche in noi poveri e fragili ma bisognosi del suo amore. Il vento impetuoso e il fuoco della Pentecoste raccontano che Dio non lascia le cose come sono: entra nella vita, nella nostra vita, la trasforma, la rinnova.
Siamo perciò chiamati a vivere questo tempo come occasione di grazia, tempo di vita e di rinnovamento per la presenza ed il dono dello Spirito. Abbiamo bisogno di uno scossone di fronte a momenti segnati da timidezze, da paure e smarrimenti. Uno scossone di fronte alla paura del futuro, alla stanchezza nelle relazioni, di fronte alle nostre solitudini interiori, di fronte alle ferite sociali ed ecclesiali. A volte anche le nostre comunità rischiano di chiudersi, di perdere slancio, di accontentarsi della conservazione invece della missione. La Pentecoste ci ricorda che la Chiesa è nata dallo Spirito di vita e di rinnovamento, vive di questo Spirito. Lasciamo che lo Spirito apra le porte dei nostri cenacoli, delle nostre chiese e ci spinga ad andare verso un mondo che mai come oggi ha bisogno di Dio e del vangelo.
Lo Spirito Santo della Pentecoste non uniforma, ma armonizza. A Pentecoste ciascuno ascolta l’annuncio della carità e della fede nella propria lingua. La Pentecoste è il miracolo della comunione: popoli diversi, storie diverse, sensibilità diverse diventano un solo corpo in Cristo. Dove c’è lo Spirito, cadono i muri dell’indifferenza, si supera la diffidenza, cresce la capacità dell’ascolto reciproco.
In questa Veglia domandiamo allora il dono di essere una Chiesa capace di ascoltare: ascoltare Dio attraverso la sua Parola, ascoltare il grido dei poveri, ascoltare le famiglie ferite, ascoltare chi si sente lontano o escluso. Lo Spirito parla spesso attraverso tante voci che non ci aspettiamo.
Pentecoste è anche il tempo della missione. Gli Apostoli non ricevono lo Spirito per sé stessi, ma per testimoniare il Vangelo. Ogni battezzato porta dentro una chiamata. Nessuno è inutile nella Chiesa. Ognuno ha un dono da offrire: il dono della preghiera, del servizio, della consolazione, della carità, dell’annuncio silenzioso della fede vissuta.
E guardiamo a Maria, presente nel Cenacolo. Lei, donna dell’ascolto e della disponibilità, che custodisce la Chiesa nascente nella preghiera. Maria c’insegna ad accogliere lo Spirito con cuore docile, senza paura delle novità di Dio.
Fratelli e sorelle,
in questa veglia chiediamo che lo Spirito rinnovi la nostra diocesi, le nostre parrocchie, le famiglie, i consacrati, i seminaristi, i sacerdoti. Ci renda uomini e donne riconciliati, capaci di speranza, testimoni credibili del Vangelo. Amen.

Mons. Francesco Oliva
Amministratore Apostolico Diocesi di Locri-Gerace


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