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Messa Crismale: l’omelia di Mons. Francesco Oliva

Data di pubblicazione 02/04/2026


Carissimi confratelli nel sacerdozio,
Cari diaconi, consacrati e consacrate,
Fratelli e sorelle,

In questo giorno in cui facciamo memoria dell’istituzione dell'Eucaristia e del Sacerdozio Ministeriale, desidero anzitutto trasmettere a tutti voi il saluto di papa Leone XIV, che ho avuto la gioia di incontrare in udienza privata lunedì scorso. Al di là dell’emozione è stato un bellissimo momento: non un incontro frettoloso e formale, ma uno scambio di riflessioni e sentimenti, che mi ha tanto arricchito. Ho avuto la percezione di incontrare una persona vicina, che con delicatezza e rispetto sa ascoltarti, s’interessa di te e prende a cuore ogni tuo pensiero.
Al Papa ho consegnato un’ampolla del profumo di bergamotto, che anche quest’anno abbiamo fatto pervenire a tutte le diocesi d’Italia. È il profumo della nostra terra, che col suo aroma impreziosisce il sacro crisma con cui sono unti i chiamati a partecipare in modo speciale alla missione di Gesù Cristo, in modo che la loro vita manifesti sensibilmente il «buon profumo di Cristo» (Cor 11, 15).
Insieme all’ampolla una piccola Croce di Polsi lavorata a mano, espressione della devozione mariana della nostra gente. Il Papa ha mostrato molto interesse per la nostra terra e la sua religiosità e pietà popolare. Mi ha raccomandato di far pervenire a tutti la sua benedizione, confermandoci nella fede e nell’impegno quotidiano di restare uniti nella preghiera e nella carità. In attesa delle novità che lo Spirito non mancherà di suscitare per noi. Senza perdere l’entusiasmo nel camminare insieme, sapendo che l’attività pastorale non può avere pause ed interruzioni.
In questa celebrazione, ci ritroviamo nella rinnovata e luminosa Basilica minore dopo la sua riapertura. Un anno di lavori, per un intervento di qualità e sostanza. Per il quale ancora una volta intendo ringraziare la Provvidenza e tutti coloro (maestranze comprese) di cui s’è servita. Ora possiamo dire che la nostra Basilica – grazie a questo intervento e a tutti gli altri che i vescovi miei predecessori avevano già realizzato – ha riacquistato la sua bellezza e quella solennità architettonica che l’usura del tempo aveva offuscato.
Le parole di Isaia “lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione” (Lc 4,18), richiamano la nostra consacrazione battesimale e sacerdotale. Quella battesimale, anzitutto, che è il fondamento comune che ci unisce in Cristo, c’immerge nella Trinità e ci abilita al "sacerdozio comune", rendendoci capaci di offrire la nostra vita a Dio e trasformando le azioni quotidiane, la preghiera, il lavoro e le sofferenze in sacrifici spirituali a Lui graditi. Quella sacerdotale, che per una grazia speciale, distinta per grado da quella battesimale, abilita al servizio della comunità in nome di Cristo. Consacra non per sé stessi, ma per una missione particolare nella chiesa. È una missione che dà senso e bellezza a tutta la vita dei sacerdoti, anche quando, “la solitudine pesa, i dubbi oscurano il cuore e la stanchezza sembra più forte della speranza”. Mei momenti di crisi, che può attraversare un sacerdote, spetta al popolo santo di Dio, più che giudicarlo, sostenerlo con la vicinanza e la preghiera, non facendolo sentire – come dice papa Leone XIV - né un funzionario né un eroe solitario, ma figlio amato, discepolo umile e prezioso. Bella questa sua preghiera per i sacerdoti:
Padre buono, insegnaci come comunità a prenderci cura dei nostri sacerdoti: ad ascoltarli senza giudicare, a ringraziare senza pretendere la perfezione, a condividere con loro la missione battesimale di annunciare il Regno con gesti e parole, e ad accompagnarli con vicinanza e preghiera sincera”.
Con la benedizione degli oli santi, viviamo il nostro essere Chiesa, sacramento di salvezza, che raggiunge e santifica ogni realtà. Attraverso questi segni opera la Chiesa, che genera, accompagna e cura. Lo fa attraverso le nostre mani, per quanto indegne, continuando a far sentire la vicinanza e la tenerezza di Dio. A tutti chiedo di pregare, perché queste nostre mani, le mani di ogni sacerdote, siano sempre mani che benedicono, che assolvono, che spezzano il pane, che aiutino chi è ferito e rialzino chi è caduto. Per queste vostre mani, carissimi presbiteri, per le mani di tutti voi ministri a servizio del popolo di Dio rendo grazie al Signore.
Oggi noi sacerdoti consacrati mediante il sacro crisma e l’imposizione delle mani rinnoviamo le promesse sacerdotali non per un semplice gesto formale, ma come momento di verità, un tornare alla sorgente. Anche se dovessimo avere in cuore residui di fatiche, scompensi, delusioni o antichi rancori, anche se il peso del ministero dovesse far sentire la stanchezza, il Signore vuole risollevarci e dirci: torna alle sorgenti del primo amore, ripensa alla chiamata che ti ha conquistato, riprendi entusiasmo in tutto ciò che fai. E, soprattutto, riscopri la gioia della fraternità. Non puoi essere sacerdote da solo e per te stesso come un navigatore solitario: sei parte di un presbiterio, di una famiglia più grande. Non puoi vivere, isolandoti dalla vita diocesana. Sarebbe un controsenso. Solo inserito nella fraternità sacerdotale sei segno credibile per il popolo cristiano. La chiesa ti chiede di favorire e custodire legami veri, di metterti in atteggiamento di ascolto, di vincere la tentazione della chiusura e della rivalità.
Dopo 800 anni dalla sua morte continuiamo a ricordare la figura di santità di Francesco di Assisi. Egli, nel suo Testamento, ha scritto di aver ricevuto dal Signore una grande fede nei sacerdoti, a motivo della loro consacrazione sacramentale. Per essa non voleva soffermarsi sui loro peccati, cercando di vedere con gli occhi della fede in ogni sacerdote il Figlio di Dio. Chiedeva di avere sempre rispetto per le sue mani, che hanno il privilegio di consacrare l’Eucaristia. Diceva che se gli fosse capitato d’incontrare insieme un Santo proveniente dal Cielo e un sacerdote, avrebbe salutato prima quest’ultimo, baciandogli prontamente le mani, che erano state a contatto col Verbo della vita.
Grazie a Voi diaconi per il servizio alla comunità, reso attraverso l’annuncio del Vangelo e la carità. Grazie a voi seminaristi e a quanti siete in cammino di discernimento vocazionale in vista della consacrazione diaconale o sacerdotale. Vivete questo tempo come percorso graduale di ascolto e di preghiera, per comprendere la volontà di Dio e il suo progetto di amore. Attraverso l’accompagnamento spirituale, ricercate i desideri più autentici del vostro cuore, distinguendoli dalle passioni momentanee, per maturare la vostra scelta libera e responsabile. Insieme ringraziamo il Signore per il dono del sacerdozio, accogliendo la nostra esistenza quale sfida d’amore che sovverte la logica mondana dell’interesse, del guadagno e del piacere.
Anche a voi, cari Religiosi, Religiose e Laici, chiedo di invocare sempre e con abbondanza il dono dello Spirito sui Sacerdoti e su di me, vescovo, perché possiamo perseverare alla presenza del Signore, per servirLo e per servirvi.
In questo momento solenne anch’io sento di dover dire grazie a Dio per il dono del ministero episcopale in mezzo a voi, tra gioie, fatiche e speranze, ma anche qualche delusione, perché no! Sono stato mandato non per far da padrone sulla vostra fede, come direbbe san Paolo, ma per essere collaboratore della vostra gioia. E quanto vorrei che questo accadesse ogni giorno e con tutti! Nella mia povertà, sento familiari le parole dell’Apostolo:
“Quando venni da voi, non venni ad annunciarvi la testimonianza di Dio con eccellenza di parola o di sapienza… mi proposi di non sapere altro fra voi, fuorché Gesù Cristo e lui crocifisso. Io sono stato presso di voi con debolezza, con timore e con gran tremore” (1Cor 1-4).
Dico grazie per avermi donato la possibilità di essere vostro servitore. Col tempo che ora si fa più breve, ritorna la memoria del passato, degli eventi condivisi, delle fatiche affrontate, dei percorsi pensati e non del tutto realizzati, come anche delle incomprensioni e dissapori intercorsi. Dodici anni con voi e per voi. Non sono tantissimi, ma non è stato un cammino semplice. Di certo non c’è stato tempo di stare in poltrona o di andare in vacanza. Sin dall’inizio mi sono promesso di confidare “nella fedeltà di Dio in eterno e per sempre” (sono le parole del v. 10 del Salmo 52, scelto quale motto del mio stemma episcopale).
So dei miei tanti limiti umani, ma ho cercato di non risparmiarmi, sapendo di dovermi sporcare le mani di fronte a certe scelte tanto delicate quanto impopolari.
So delle decisioni prese con timore più che con fede, con fretta più che con ponderazione. E di avere agito talvolta, preferendo la prudenza umana al coraggio del Vangelo.
So di dover chiedere perdono per le parole non dette, per le parole che hanno ferito, per i silenzi fraintesi. Ma provo tanta gioia per i momenti in cui il Signore mi ha aiutato a stringere la mano alla persona offesa e a riallacciare relazioni infrante.
Quanto detto potrebbe sembrare un discorso “da ultima cena”. Può anche esserlo se pensiamo a quanto ci apprestiamo a fare nel memoriale dello stare di Gesù con i suoi discepoli, nell’avvinarsi della sua ora: l’ora del compimento della sua donazione. La rivediamo in noi, nelle nostre storie personali, in quelle di ogni sacerdote che ha lasciato tutto per rispondere alla chiamata, in ogni suo gesto di donazione e di riconciliazione, nella fedeltà alla missione ricevuta.
In questa messa crismale rendo grazie a Dio insieme a tutti voi sacerdoti, che mi avete collaborato nei diversi ruoli e ministeri e che continuate a collaborarmi ed a manifestare fiducia. Saluto e ringrazio i sacerdoti che vengono da fuori in nostro aiuto in questo tempo pasquale. Conosco le difficoltà di ognuno e le condizioni di esercizio del ministero, che si fanno sempre più dure, l’età dei sacerdoti che aumenta, mentre il loro numero diminuisce. C’è chi nello scorso anno è tornato alla casa del Padre per il premio eterno (penso a padre Ernesto Monteleone) e chi ha lasciato da poco il ministero per motivi di salute. Il mio pensiero va a don Franco Maiolo, che, per il peggioramento delle condizioni di salute e per l’età avanzata, ha da poco tirato i remi in barca. Lo ringrazio per la sua testimonianza sacerdotale resa in tanti anni e per il suo spirito missionario che l’ha visto pastore coraggioso ed entusiasta in territori di periferia Campoli ed Ursini frazioni di Caulonia.
Inizia un tempo da vivere con grande partecipazione spirituale, nella preghiera, nella condivisione della fede del nostro popolo, semplice e spontanea. Disponiamoci ad accogliere il Signore, che, vincendo la morte, ci indica il dialogo, la riconciliazione ed il perdono la via maestra che edifica la Chiesa e la rende veramente credibile. Senza umiltà, senza mitezza, senza il coraggio di chiedere scusa, senza il perdono, non si va lontano. Il nostro tempo, il mondo intero, la nostra chiesa hanno bisogno di osare il perdono come processo di liberazione dalla rabbia interiore, dal rancore personale, dell’odio e dallo spirito di vendetta. È una scelta coraggiosa la sola che porta alla pace. Se manca, tutto diventa più difficile. E il desiderio di pace, anche nella chiesa, diventa illusione. Amen.


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