Data di pubblicazione 30/03/2026
Domenica delle Palme
Cattedrale di Locri 29 marzo 2026
Al culmine del cammino della Quaresima, oggi Domenica delle Palme iniziamo la Settimana Santa. Siamo nel cuore dell’anno liturgico. Abbiamo acclamato Gesù con i rami d’olivo come la gente di Gerusalemme, lungo le vie principali della nostra Città. Una meravigliosa manifestazione così ben organizzata e vissuta. Una folla numerosa, tante famiglie, bambini, giovani e anziani. Un modo per dire al Signore, ci siamo, vogliamo seguirti e accompagnarti, pur con le nostre fragilità e contraddizioni.
Ringrazi quanti Sacerdoti, autorità dell’ordine pubblico e fedeli, si sono adoperati nell’organizzarla.
Abbiamo ascoltato con grande emozione il racconto della passione e morte secondo l’evangelista Matteo. Siamo stati resi partecipi di due momenti profondamente significativi: da una parte la memoria dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme, accolto dalla folla festante con rami di palma e di ulivo, dall’altra il racconto della Passione che introduce già il dramma del Venerdì Santo. È un contrasto che interpella profondamente noi credenti, chiamati a riconoscere in Cristo il Re mite e umile, che non si impone con la forza, ma si dona fino alla fine.
C’è un passaggio del racconto, che desidero richiamare:
“Mentre egli entrava in Gerusalemme, tutta la città fu presa da agitazione e diceva: «Chi è costui?» E la folla rispondeva: «Questi è il profeta Gesù, da Nazaret di Galilea»”.
Matteo ci parla della folla, numerosissima, che acclama Gesù e rappresenta Gerusalemme, la città di Davide che lo accoglie, anche se resta turbata da questa presenza, come accade, quando dei Magi venuti da lontano chiesero: “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei?” suscitando il turbamento di Erode e di tutta Gerusalemme (cf. Mt. 2, 2-3).
Gesù entra a Gerusalemme con un re inconsueto: un re che ha bisogno, un re mite e umile, seduto non su un cavallo, ma su un’asina, circondato non da un esercito ma da una folla armata solo di mantelli e rami di alberi. Gesù viene non al grido di guerra, ma all’acclamazione di lode: “Osanna”. Entra a Gerusalemme mischiandosi alla folla che sale per la festa di Pasqua, come aveva già fatto all’inizio presso il fiume Giordano e, mischiato in messo ai peccatori, si era fatto battezzare da Giovanni Battista.
Nel racconto della passione sono comparsi tanti personaggi: i sacerdoti, gli anziani, il sinedrio, la folla, Pilato, i discepoli che scappano, la Vergine Maria che nel suo dolore non dispera ma continua ad essere vicina, Pietro che rinnega, il centurione, Giuseppe d’Arimatea. Tra questi ci siamo anche noi. Chiediamoci: “E tu in chi di essi ti ritrovi?”.
Nel lungo racconto ascoltato Gesù appare consapevole di andare incontro alla passione. Ricorda San Paolo: “Si fede obbediente fino alla morte, e alla morte di croce” (Fil 2,8) e non ha opposto resistenza, non si è tirato indietro, come dice il servo del terzo canto di Isaia, nella prima lettura. Perché?
Perché “il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso” dice Isaia.
Gesù resta saldamente ancorato all’ascolto del Padre, alla sua volontà d’amore, di vita, di salvezza per ogni carne: Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli” (Is. 50.4).
Ascolto che si fa obbedienza, obbedienza che si fa dono, consegna nelle mani dei peccatori, nelle mani di coloro che sulla croce lo beffeggiano proprio perché egli ha confidato in Dio (cf. Mt 27,43).
Gesù entra a Gerusalemme e come all’inizio aveva detto a Giovanni Battista: “Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia” (Mt. 3,15). Anche ora continua a lasciare fare. Qui alle folle che lo acclamano, più avanti sempre alle folle ma unite alle autorità politiche e religiose che lo condannano: “Sia crocifisso” (Mt 27, 22-23).
Gesù accetta di compiere sino in fondo la volontà del Padre. “Se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Lc. 22, 39-40).
Si consegna all’amore del Padre e all’odio degli uomini ed è interessante che in questo brano dell’ingresso a Gerusalemme Gesù è soggetto solo all’inizio nell’indicare ai due discepoli ciò che devono fare, poi lascia fare ai discepoli, alle folle e… a due bestie, un’asina e il suo puledro, che lo portano! La folla grida, Gesù tace; la folla si agita, stende mantelli, taglia rami, Gesù sta seduto su un’asina ed entra mite, silenzioso nella città in agitazione.
Gesù sa cosa l’attende.
Viene da chiedersi: chissà cosa pensava Gesù in quel momento, in mezzo a quel caos festoso di cui conosceva la fragilità, l’inconsistenza, tanto da dichiarare poco più avanti, uscendo dal Tempio: “Non mi vedrete più finché non direte: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore»”, usando le stesse parole che oggi sono sulla bocca di chi lo accompagna.
Gesù sapeva benissimo che non sempre ciò che si dichiara con le labbra corrisponde a ciò che si ha nel cuore. Lo sapeva perché l’aveva già detto il Signore per mezzo del profeta Isaia: “Questo popolo si avvicina a me solo con la sua bocca e mi onora con le labbra, mentre il suo cuore è lontano da me” (Is. 29,13). Lo sapeva per esperienza e per quello sguardo che coglieva ciò che abita il cuore. Per questo quelle acclamazioni, le aveva accolte, ma come prefigurazione di ciò che accadrà a lui, come era accaduto a tanti profeti rigettati dal popolo a cui erano stati inviati.
Gesù accoglie e lascia fare: questi due movimenti sono stati i suoi fin dall’inizio del suo cammino in terra, perché egli accoglie la volontà del Padre e lascia che si compia ogni giustizia, ma accoglie anche tutti i coloro per cui è venuto, siano essi amici o nemici, sani o malati, poveri o ricchi, indifesi o potenti. E lascia fare, lascia emergere la risposta di ciascuno al suo amore incondizionato e gratuito.
Anche noi accogliamo questi giorni santi e lasciamo che si compia, grazie al Figlio, il disegno d’amore del Padre suo. Viviamo questa settimana con lo sguardo rivolto al Signore, lasciandoci attrarre dalla sua croce, che nel suo essere strumento di morte ma quale espressione di un amore senza limiti, l’amore di un Dio che scendendo al nostro livello soffre per noi e con noi, dona la vita per noi. Nonostante tutto, continuiamo ad avere bisogno di Lui. Mai come in questo momento, in cui l’uomo sembra non avere progetti di pace, ma di guerra. Non smettiamo di pregare per una pace disarmata e disarmante. Preghiamo perché il mondo metta da parte la logica della guerra e l’idolatria del denaro e torni ad essere autenticamente umano.
Auguro a tutti una Settimana Santa che ridoni pace e speranza al mondo intero.
Amen!