Data di pubblicazione 06/11/2026
Cattedrale di Locri, 2 Novembre 2026
Venerati Presbiteri della Città di Locri, carissimi Seminaristi, stimato Signor Sindaco, illustri Autorità Civili e Militari, Fratelli e Sorelle amati nel Signore,
l'odierna Commemorazione dei fedeli defunti mi offre la grazia di presiedere per la seconda volta l'Eucaristia in questa nostra Cattedrale, dopo la Messa del mio insediamento, e di congiungere all'unisono la mia preghiera alle vostre in suffragio dei nostri cari e di tutti coloro che ci hanno preceduto nell'aldilà. Essi, a loro volta, pregano per noi, per le necessità spirituali e materiali della vita che conduciamo quaggiù e per la nostra salvezza eterna, affinché possiamo ricongiungerci un giorno nell'eterna felicità del Regno di Dio.
È anche occasione per rivolgere un pensiero colmo di gratitudine per il tanto bene ricevuto da loro.
La Parola di Dio che abbiamo ascoltato ci fa comprendere che c'è una reale continuità tra la vita presente e la condizione di chi riposa per sempre fra le braccia di Dio Padre. Ce lo ricordano le parole di Giobbe della prima lettura: «Dopo che questa mia pelle sarà strappata via, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno e non quelli di un altro».
Giobbe, il sofferente, ci aiuta a capire che, seppure la condizione dei defunti sia ormai svincolata dai condizionamenti terreni (la pelle, la carne), essi hanno tuttavia conferito un'identità peculiare a ciascuno di loro, configurandone la personalità in modo unico, che in Cielo non evapora e, invece, viene conservata da ognuno. Lo sguardo che, alla fine, essi fissano e anche noi fisseremo su Dio è lo stesso che abbiamo finora rivolto all'ambiente che ci circonda. Ecco perché dobbiamo curare sempre che il nostro, qui ed ora, sia uno sguardo d'amore e non di odio, di benevolenza e mai di rancore, se un giorno vorremo contemplare la bontà infinita di Dio, nel Quale non vi sono tenebre di male e di morte. Al tempo stesso, sentiamo che una parte di noi è già lassù, nel ricordo che loro portano di noi al cospetto del Signore, e questo ci deve riempire di profonda consolazione.
Le parole di Gesù che abbiamo ascoltato nel Vangelo - «Questa è la volontà di Colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto Egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell'ultimo giorno» - ci dicono cosa significa, in fondo, fare l'esperienza della morte. A noi può sembrare erroneamente un precipitare nel nulla, secondo la visione propria del cosiddetto nichilismo. Gesù ci dichiara che, in realtà, la morte non è un muro invalicabile, ma una soglia da attraversare per giungere nelle braccia amorevoli di Dio nostro Padre. La perdita di chi amiamo non deve perciò farci rimanere ostaggi del passato, perché i nostri cari defunti non sono più dietro di noi, ma davanti a noi: ci precedono, ci aspettano, ci vengono incontro giorno per giorno. E le relazioni di amore e di fede che abbiamo intrecciato con ciascuno di loro non vengono cancellate dalla morte, ma continuano ancora in una nuova luce di divina eternità, di più piena consapevolezza da parte loro, di potente intercessione di quanti già sono al cospetto di Dio in Paradiso e di quanti vi anelano con speranza tra le fiamme del Purgatorio.
Proprio alle anime purganti vogliamo offrire oggi, con intensa preghiera, la carità dei nostri suffragi in questa Divina Eucaristia che, per i meriti del Sangue Preziosissimo di Cristo versato per la redenzione del mondo, vale infinitamente di più della pur meritoria visita al Camposanto, resa oggi difficile dal maltempo e che ci ripromettiamo di compiere appena possibile, non come gesto di nostalgia, ma per rinsaldare un legame che, grazie a Cristo morto e risorto, non si è perduto ma rafforzato. Amen.