Data di pubblicazione 21/07/2026
Omelia della Santa Messa di ringraziamento e congedo
(Basilica Concattedrale di Gerace - 20 luglio 2026)
Carissimi confratelli nell’episcopato,
Cari sacerdoti, diaconi, religiosi e religiose,
Gentili Autorità civili e militari,
Carissimi fratelli e sorelle,
Grazie per la vostra partecipazione a questa celebrazione.
Il mio dodicesimo anno di episcopato a compimento del mio servizio episcopale ed il passaggio di consegne da un pastore ad un altro sono un evento di grazia, che riguarda la vita e la missione della nostra chiesa diocesana. Un evento che possiamo meglio comprendere, accogliere e vivere alla luce della fede. Quella fede che ci porta a considerare il pastore non tanto come chi esercita il comando ma come colui che è mandato da Dio a servire la Comunità. Il pastore, il vescovo, il sacerdote non sono funzioni conferite sulla base di una determinazione umana, quanto missioni affidate da Dio per un servizio di amore. Dio desidera realizzare la sua opera nella chiesa attraverso pastori generosi ed umili che consacrano tutta la propria vita a questa missione. Oggi, compiendosi il mio dodicesimo anno di consacrazione episcopale, concludo anche il mandato di servizio in questa nobile storica chiesa. Spetterà a mons. Cesare Di Pietro, nuovo vescovo della nostra amata Diocesi, continuare quest’opera.
Dodici anni fa ricevevo l’ordinazione episcopale. Nello stesso giorno iniziavo il ministero episcopale, in questa stessa chiesa. Sono cambiate tante cose. Anche questa Chiesa s’è rinnovata, ed è stata recentemente elevata a basilica minore, completamente restaurata e messa in sicurezza. Vedo in questa opera ed in ogni opera di restauro strutturale il cammino della nostra chiesa, che, restando fedele alla sua missione, è chiamata a camminare e ad aggiornarsi continuamente. I teologi parlerebbero di una chiesa semper reformanda, ovvero in costante cammino di conversione e di rinnovamento. Ringrazio quanti sacerdoti e laici, amando la chiesa, fanno di tutto perché essa conservi la sua bellezza anche artistica insieme al decoro architettonico. Le tante chiese distribuite nel territorio diocesano sono patrimonio storico di un cammino che ha contribuito a far crescere la fede delle nostre comunità e a consolidarne le tradizioni.
Questi anni di episcopato mi hanno fatto comprendere la bellezza e profondità del ministero del vescovo, chiamato ad ascoltare, a mettersi in relazione, a cogliere i bisogni umani e spirituali di una comunità, a farsi ultimo tra gli ultimi, sempre a servizio di tutti. Operando non da navigatore solitario, ma costruendo ponti e relazioni e favorendo sempre il dialogo.
Il cammino sinodale appena intrapreso inteso come un camminare insieme all’interno della comunità ecclesiale, tra i sacerdoti, i fedeli, i più disagiati, gli ammalati è una scelta che delinea il cammino della nostra chiesa. La mia vita s’è arricchita nell’esercizio del ministero del pastore, dedicando tempo all’ascolto dei sacerdoti e dei loro problemi, della gente comune e di quanti a lui ricorrono per qualunque bisogno. È stato un camminare insieme con le realtà associative e di volontariato sociale, con le realtà civili e sociali del territorio. È stato un costruire giorno dopo giorno un rapporto di dialogo costruttivo con le istituzioni, sapendo quanto sia importante operare in sinergia e promuovere il processo di avvicinamento della realtà sociale e civile alle istituzioni statali. Il tema di un convegno di qualche anno fa “Lo Stato siamo noi” esprimeva la convinzione che senza vera coesione sociale, senza una fattiva collaborazione nell’interesse comune, senza una forte sinergia istituzionale, senza dialogo tra le comunità continueranno a farsi sentire le gravi conseguenze delle ferite di un passato che ha condizionato la vita dei nostri borghi.
Gentili Autorità civili e militari, carissimi sindaci, qui presenti, mentre vi saluto, esprimo la mia gratitudine per il servizio quotidiano che portate avanti a favore e nell’interesse della comunità. Oggi è possibile intravedere l’alba di un giorno nuovo grazie all’azione lungimirante di tanti di voi impegnati nel migliorare la qualità della vita dei nostri paesi e nel rendere la Locride un giardino in cui è bello vivere ed abitare. Grazie a tutti voi sindaci e autorità civili e militari per il prezioso servizio reso a questa terra. Con competenza e dedizione. La Locride non è più quella di qualche decennio fa grazie anche al vostro lavoro ed all’impegno concreto e formativo delle comunità cristiane. Rimangono ancora tanti problemi. È vero, ma essi possono essere risolti se si mette più amore nell’amministrare la cosa pubblica e si ha come obiettivo il bene della comunità, a cominciare da quello dei più fragili.
In questi dodici anni ho imparato a conoscere questa terra. So quanto essa soffre per i ritardi accumulati, per la mancanza di più comode e moderne infrastrutture. È per questo ha bisogno di riconciliarsi con la sua storia, di valorizzare al massimo le proprie risorse.
Il mio pensiero in questo momento va proprio ai più fragili per le loro condizioni di salute, alle persone con gravi disabilità e a quanti cercano cure ed hanno diritto di poter accedere ad esse senza eccessive difficoltà. Grazie per l’impegno a favore della sanità. È un impegno che deve unire tutti sinergicamente mettendo da parte ogni colore politico. Sono personalmente testimone di quanto questo mondo - se ben organizzato e funzionale - possa rendere alla nostra comunità un grande servizio di civiltà, alleviando disagi e sofferenze. Grazie ai medici, agli infermieri, al personale sanitario che con il loro servizio e la loro abnegazione alleviano le sofferenze di tanti.
Oggi il mio sguardo si volge in particolare al presbiterio diocesano, ai religiosi e religiose, ai diaconi. Siamo ministri di una chiesa ministeriale, chiamata a rendere un servizio di amore sul modello di Cristo buon pastore, che per amore si è fatto l'ultimo e il servo di tutti. Attraverso il nostro ministero, Gesù stesso quale capo della Chiesa si rende visibile in mezzo alla comunità dei credenti.
Rendo grazie per tutti i sacerdoti che in questi anni il Signore mi ha posto accanto quali collaboratori nel ministero sacro. Li ringrazio uno per uno e a ciascuno chiedo sinceramente perdono se, in talune circostanze, incomprensioni, disattenzioni e imprudenze hanno creato disagi. Dobbiamo umilmente riconoscere che anche la nostra relazione vescovo-presbiteri spesso risente delle fragilità umane. Il Signore vede il vostro servizio spesso umile e nascosto, lo apprezza ed incoraggia a non arrendersi, e a fare tutto con amore.
Sento particolarmente vicini e saluto tutti i sacerdoti che oggi celebrano il loro anniversario di ordinazione: don Marius, don Zephirin, don Jerome provenienti da paesi lontani compiono 23 anni di sacerdozio essendo stati ordinati nel 2003. Ne compiono 9 di anni i sacerdoti da me ordinati nel 2017: Santoro don Lorenzo; Mazzà don Antonio; Gerace don Gianluca; ne compie 7 anni don Antonio Peduto, ordinato nel 2019, 5 anni don Longo Gianluca ordinato nel 2021. Insieme, carissimi sacerdoti, diciamo grazie al Signore per il dono del sacerdozio.
Esprimo la mia gratitudine ai diaconi, ai religiosi e alle religiose, e a tutto il popolo santo di Dio, con le famiglie, i giovani, gli anziani e i malati, le associazioni e i movimenti ecclesiali, le comunità parrocchiali, le confraternite, la caritas diocesana e le caritas parrocchiali, le fondazioni diocesane (Santa Marta, Santi Medici, Opera di religione), i cori parrocchiali e quanti svolgono servizi di volontariato.
Dal giorno in cui ho ricevuto da Papa Francesco la missione episcopale, ho imparato ad amare questa Chiesa, la bellezza del suo territorio e dei suoi borghi. Quel caldissimo 20 luglio del 2014 mi presentai a voi con timore e trepidazione, confidando nella fedeltà del Signore (“In misericordia Dei confidavi” è il motto del mio stemma episcopale). Ritenendo fondamentale il legame tra l’ordinazione episcopale e la diocesi alla quale ero mandato scelsi che la mia ordinazione episcopale avvenisse in essa, iniziando il ministero lo stesso giorno. Volendo richiamare l’immagine di una chiesa sposa da amare da subito e senza interruzione. Con un legame che può trasformarsi nel suo esercizio, ma che dura sino alla fine e non può venire meno.
In questi anni ho camminato insieme al popolo di Dio. Insieme abbiamo cercato di accogliere il grido dei bisognosi, dei migranti. Insieme abbiamo riflettuto sul senso vero della liturgia, dei suoi riti e tradizioni popolari. Insieme abbiamo cercato di rinnovare lo stile sinodale del nostro essere Chiesa. Condividendo molte difficoltà e situazioni delicate. Di fronte alle tante sfide del nostro tempo non è venuta meno la consapevolezza di una chiesa che sente suoi i problemi del territorio. Una chiesa che non teme di sporcarsi le mani, che non pretende di giudicare prima del tempo chi sta dentro e chi no, una Chiesa "ferita e sporca", come diceva papa Francesco, ma non chiusa e autoreferenziale, una chiesa che non giudica ma accoglie, pronta ad accogliere i suoi figli quando sbagliano e desiderano ritornare sulla retta via.
Non sono mancati i momenti e gli incontri ecumenici per vivere il dialogo tra diverse confessioni religiose. Saluto e ringrazio di cuore i responsabili di altre confessioni religiose qui presenti.
Carissimi fratelli e sorelle,
confesso che non mi è stato difficile imparare ad ascoltarvi e ad amarvi. Pur senza conoscervi prima, penso di non essermi lasciato condizionare da alcun pregiudizio verso di voi. La nostra terra soffre terribilmente le conseguenze di tanti pregiudizi che si sono formati nel tempo, e perché no, anche a causa degli errori commessi.
Chiedo umilmente perdono a questa Chiesa e alle persone, sacerdoti e laici, se sono pesate su di loro le conseguenze delle mie debolezze. Mi è stato difficile prendere queste posizioni, che sapevo potessero essere fraintese. Ma confesso che anche di fronte all’impopolarità ogni scelta è stata determinata dall’amore verso questa terra.
Pur essendo stato un tempo impegnativo e pieno di responsabilità, ho fatto di tutto per non cadere nei compromessi, per non tirarmi indietro di fronte alle urgenze pastorali ed andare avanti nella missione, anche e soprattutto quando essa presentava prospettive poco gratificanti. Ho cercato di mettere al primo posto l’impegno pastorale ed il lavoro. Ma non mi sono sentito padrone del gregge. Ho cercato di camminare sempre operando secondo coscienza e pensando al bene della chiesa nutrendo sempre rette intenzioni e un sentimento di carità verso tutti. Non oso pensare di aver compiuto bene ogni cosa. So invece che il Signore ha supplito ai miei limiti con la sua grazia. Se qualcosa di buono è stato realizzato, è opera sua. Delle mancanze, omissioni, offese chiedo sinceramente perdono.
Rimane nel mio animo l’eco della visita pastorale. È stato un tempo, provato dalla fatica e condizionato dal covid, ma ricco di grazia e di favori spirituali. Lo dico riferendomi ai benefici da me ricevuti visitando il territorio diocesano “Con Maria accanto a chi soffre” (2019-2023). Le sofferenze umane, la malattia, anche quella personale, tanti fratelli e sorelle con le loro gravi disabilità mi hanno messo a contatto con la carne sofferente del Cristo. L’abbraccio di tanti malati mi ha aiutato a cogliere le realtà di una vita che si consegna a Dio e alla sua volontà. Non dimentichiamo, come ci ricordava papa Benedetto XVI, «la misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza» e «una società che non riesce ad accettare i sofferenti […] è una società crudele e disumana» (Lett. enc. Spe salvi, 38).
L’esperienza dell’infermità, del sentirsi deboli, del dipendere dagli altri, dell’aver bisogno di sostegno, la camera dell’ospedale e il letto dell’infermità sono stati anche per me un luogo in cui ho potuto sentire la voce del Signore, potendo così ravvivare e rafforzare anch’io la mia fede.
Ho compreso durante la visita pastorale che affrontare insieme la sofferenza ci rende più umani e condividere il dolore altrui è una tappa importante di ogni cammino di santità. A contatto con la sofferenza mi sono sentito pastore vero, ho imparato ad apprezzare ancora di più la bellezza e profondità del ministero sacro.
L’esperienza pastorale vissuta è stata arricchente per me ed ha reso più solida la mia fede. Essa ora volge al termine. La preghiera che oggi rivolgo al Signore è vivere questo momento sostenuti dalla fede nel Dio che vuole sempre il bene di tutti e di ciascuno e soprattutto non ci abbandona. Man mano si avvinava questo giorno, ho meglio compreso il valore del congedo meditando a lungo sulle parole di Gesù: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi”. Esse mi hanno aiutato a comprendere che la cosa più importante nella vita del cristiano è rispondere all’invito di Gesù ad andare a Lui. In tutte le età ed in tutti i frangenti della vita questo avviene e può avvenire in maniere diverse. Il Signore che conosce le nostre stanchezze e oppressioni non ci può abbandonare. Ci chiede solo di vivere con Lui questo tempo prendendo su di sé il suo giogo. Questo dà ristoro. Viene il tempo in cui il Signore chiede anche ad un vescovo di consegnare ad altri il mandato ricevuto, perché il tempo è scaduto. Ma lo fa, chiedendo di non smettere di amare la chiesa, anzi di servirla diversamente sino alla fine.
Rimane in me la consapevolezza che nella nostra terra il Vangelo non ha ancora raggiunto tutti e che sono tanti coloro che hanno fame e sete di Cristo. Per questo il cammino della nostra chiesa continua sotto la guida del nuovo pastore. È a lui che il Signore affida di continuare la missione apostolica in questa nostra Chiesa. È a lui che dobbiamo obbedire.
Il mio ministero pastorale si conclude, ma non viene meno e non può venire meno il legame con questa terra. Dal mandato episcopale scaturisce infatti una relazione umana e spirituale che va oltre i compiti di governo, oltre la durata cronologica determinata dalla legge ecclesiastica. È quanto implicitamente significato nell’essere “vescovo emerito”, che il santo Padre ha voluto riconoscermi. Da vescovo emerito, anche se come precisa il card. Matteo Zuppi in un messaggio inviatomi “il ministero non diventa emerito”, cambia il servizio pastorale, ma non viene meno l’amore per questa Chiesa. Continuerò ad amarla ed a pregare per essa anche senza alcuna responsabilità di governo. Non penso di abbandonarla, mi sento ormai parte di essa. Continuerò ad essere tra voi fratello e padre, nel nascondimento, senza smettere di portare ciascuno di voi nel mio cuore davanti al Signore. Abitando nel seminario San Luigi a Locri farò comunità con i sacerdoti più anziani, di concerto col nostro nuovo vescovo, che mi ha espresso tanto affetto. Nel riposo che questa nuova stagione mi offrirà, imparerò a vivere un tempo nuovo, caratterizzato non da impegnative attività pastorali e di programmazione, ma da una silenziosa presenza e dalla preghiera.
Ora iniziano gli ultimi giorni di preparazione all’accoglienza del nostro vescovo mons. Cesare di Pietro. Con grande convinzione dico, anzi, diciamo: “Benedetto colui che viene nel Signore” (118, 26). Tutta la nostra Chiesa l’accoglie come “servo di Cristo, apostolo per chiamata, scelto per annunciare il Vangelo di Dio” (Romani 1,1). Perciò rendiamo grazie a Dio che nella sua provvidenza - nei suoi “benevoli disegni” (Filippesi 2,12-13) - viene incontro alle necessità della nostra chiesa. La nostra è una Chiesa in cammino, non perfetta, è vero, ma viva e fedele, desiderosa di ascoltare, di servire, di annunciare, è una comunità che ha sempre visto nel vescovo il suo pastore, un padre amorevole, una guida sicura. A mons. Cesare faremo sentire il nostro affetto e la nostra vicinanza, prometteremo la nostra collaborazione, accogliendolo con entusiasmo e gioia in questa stessa basilica sabato prossimo 25 luglio alle ore 19 e nella Cattedrale di Locri domenica 26 luglio alla stessa ora.
Con tanta serenità interiore, desidero restare fedele alla chiesa e, con il cuore colmo di gioia, dico: “Grazie al Signore”, per avermi chiamato a far parte del tuo popolo, per avermi fatto dono del sacerdozio ed avermi inviato come pastore in questa chiesa, inserendomi tra i suoi figli e le sue figlie.
In questa ora non posso nascondere i miei sentimenti di gratitudine sia verso il Signore che mi ha scelto e mandato sia verso questo popolo che mi ha accolto, seguito e sostenuto.
Non mi esta che dire: grazie antica e gloriosa Chiesa di Locri-Gerace!
Il Signore accompagni il tuo cammino sotto la guida del vescovo Cesare. Amen!