A mo’ di auguri natalizi!

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il vescovo scrive ai Sacerdoti per il Santo Natale 2016

Carissimi confratelli,

permettetemi di porgervi gli auguri natalizi per iscritto, non per formalità. E’ vero: ci sono state tante occasioni d’incontro, ma non sempre eravamo tutti presenti. E voi sapete quanto è importante la presenza di ciascuno negli incontri, specie quelli formativi. Scrivo sperando di arrivare a tutti e di incontrare la pazienza della lettura.

Mi piace vedere il Natale come la festa della nostra speranza, quella che dà senso al nostro essere sacerdoti. Siamo sacerdoti, che annunciano un Dio che si fa vicino, che assume la nostra stessa umanità. Che bello sapere che l’umanità del sacerdote è assunta dal Signore! Pensare che fa sua la nostra umanità! La nostra carne, che conosciamo per le sue fragilità ed infedeltà, diventa sua dimora! Perciò non siamo mai soli quando camminiamo, quando lavoriamo, quando la nostra giornata è spesa h 24 a servizio degli altri. Stiamo semplicemente prestando al Signore le nostre mani e tutto il nostro corpo con le sue povertà. Una pagina bellissima del Vaticano II dice che Gesù “si è unito in certo modo a ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con mente d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo” (GS 22). Il Natale ravviva questa fede: Dio facendosi uomo, esalta la nostra umanità; ci aiuta a capire che la nostra umanità non può essere sacrificata mai e che mai saremo fedeli alla nostra missione senza essere fedeli alla nostra umanità, senza essere veramente ed autenticamente uomini.

Il Natale è un appello ad essere testimoni di umanità, capaci di vivere la vera umanità, quella che incontriamo in Gesù. Senza un’autentica umanità non saremo portatori di Cristo né annunciatori del Vangelo. Il Signore che viene c’invita a non trascurare mai il lavorare su noi stessi, sulle nostre debolezze, sui nostri risentimenti, sulle nostre antipatie, su quegli atteggiamenti che sfigurano l’immagine di Dio in noi. Siamo chiamati a testimoniare l’umanità nuova che scaturisce dall’incontro con Lui. La Lettera agli Ebrei ci ricorda che “ogni sacerdote è scelto tra gli uomini e per gli uomini… ed è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo rivestito di debolezza” (5,2). E’ un richiamo alla caratteristica essenziale della nostra umanità: essere uomini di compassione, che fanno proprie le sofferenze altrui, che entrano come Gesù nella miseria umana. La compassione, il soffrire con gli altri e per gli altri, siano essi gli stessi confratelli, fa parte della vera umanità. Nella lettera ai Filippesi san Paolo spiega il senso dell’incarnazione: “Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini” (2,6-8). E’ chiara la scelta di Gesù: si è svuotato della gloria divina, si è abbassato fino a lavare i piedi dei discepoli, ha interamente sposato la condizione umana, eccetto che nel peccato. Facciamo nostra l’esortazione di san Paolo: “Non nutrite desideri di grandezza; volgetevi piuttosto a ciò che è umile. Non fatevi una idea troppo alta di voi stessi” (Rm 12,16). “Ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso” (Fil 2,3). Sono un richiamo ad alcuni atteggiamenti che rendono più belle le nostre relazioni. Se l’ orgoglio ci rende accaniti nel voler essere i primi, l’umiltà ci rende più veri, più miti e amabili. Se la superbia ci fa armare; l’umiltà ci fa amare.

Siamo contenti del nostro essere preti! Non in maniera orgogliosa e trionfalistica, e nemmeno per una questione di prestigio. Non ci dispiaccia che il ministero presbiterale abbia perduto dei privilegi e dell’aura sacrale di un tempo. Siamo grati che ci sia dato il Vangelo e la possibilità di servire il Signore in un ministero non meritato, a noi conferito per grazia. La vita del prete è bella, perché è riscaldata dal fuoco dell’amore. Ma non c’è amore se non nell’umiltà, nel farsi servi gli uni degli altri.

Grande virtù del sacerdote è la carità pastorale, che porta ad accettare gli altri, siano essi fedeli o confratelli. La carità pastorale ha la sua radice nella fraternità sacramentale. Senza questa fraternità il ministero diviene semplice espletamento di una funzione sacra. Fa bene ricordare che io non sono il solo prete nella Chiesa diocesana, e comunque non posso fare il prete da solo. Sono membro di un presbiterio, che contribuisco a formare con tutti gli altri confratelli presbiteri: escluderne qualcuno è impoverire il mio sacerdozio e lo stesso presbiterio. Ravviviamo lo “spirito del presbiterio”, dono dello Spirito, che ci aiuta a superare il virus dell’individualismo clericale e ci dà le energie necessarie per vivere la fraternità. Non sentiamoci mai degli arrivati né cediamo alla tentazione di conservare l’esistente, mettendo da parte ogni sollecitazione innovativa, per non doverci scomodare in una più faticosa creatività pastorale.

Ecco alcune consegne che mi stanno a cuore:

  1. Mettere Gesù al centro dell’azione della nostra Chiesa, sapendo che il fine principale del nostro ministero non è la realizzazione di iniziative o servizi in funzione dei quali reperire fondi e collaboratori. Non dimentichiamoci mai che è più importante ciò che Cristo fa in me di ciò che io faccio per lui. Lasciamolo operare di più in noi, affidandoci a Lui nella preghiera umile e costante. Come “servi inutili”, lavoriamo nella vigna del Signore con passione ed entusiasmo senza alcun risparmio.
  2. Agire in comunione con i confratelli è più importante che fare tutto da soli. La testimonianza di una fraternità sacerdotale concretamente vissuta vale più di un’organizzazione pastorale perfetta. Diciamo un NO deciso al parrocchialismo sterile ed un SI al dialogo ed alla collaborazione tra le parrocchie, i fedeli laici, i movimenti e le associazioni. Riconsideriamo in questa luce l’urgenza di lavorare in “comunità di parrocchie”.
  3. Volgiamo un’attenzione particolare alle famiglie ed intavoliamo con esse un’alleanza educativa, che favorisca una nuova generazione di credenti. Più volte ho sottolineato l’urgenza di convertire la pastorale parrocchiale in pastorale familiare. E’ l’ora della famiglia! Senza la famiglia fatichiamo invano. Ed il nostro impegno formativo, specie nei confronti dei ragazzi, rischi di fallire. Mi attendo da ciascun parroco singolarmente o unitamente dai parroci della “comunità di parrocchie” l’elaborazione delle linee unitarie di pastorale familiare che s’intendono portare avanti. In questo potrà offrire un validissimo aiuto l’Ufficio diocesano di Pastorale Familiare, cui bisogna fare riferimento. Lasciare questo settore pastorale all’improvvisazione non aiuta né favorisce l’affermazione dei messaggi che s’intendono far passare.
  4. Abitare la terra con responsabilità, accettandone le sfide e avendo la consapevolezza delle sue ferite e fragilità. L’attenzione al territorio propria di una Chiesa in uscita ci aiuti a promuovere iniziative di promozione umana, di giustizia sociale e di impegno nella lotta contro la criminalità organizzata. C’è una diffusa cultura del “rispetto” nelle nostre comunità che è ben altro dallo stile evangelico. Non veniamo meno al nostro compito di guide sagge e coraggiose, che accompagnano i fedeli a capire che la connivenza con il male e l’illegalità affossa le speranze dei giovani che aspirano ad un futuro migliore. Lasciamoci accompagnare dalle riflessioni dei Vescovi nella nota pastorale sulla ‘ndrangheta “Testimoniare la verità del Vangelo” (25 dicembre 2014). Esse ci aiuteranno a comprendere meglio la nostra realtà religiosa e socio-culturale, prescindendo dalla quale corriamo il rischio di un annuncio disincarnato del Vangelo, mettendo a tacere la sua forza rinnovatrice.
  5. A tutti è stato consegnato il volume, edito dalla CEC “La ‘ndrangheta è l’antievangelo” (edizioni Tau, a cura di F. Curatola, E. Gabrieli e G. Scarpino, 2016). Ne faremo la presentazione nella Sala del Centro Pastorale il 16 dicembre prossimo alle ore 10.30. Vi invito a partecipare e a favorire la partecipazione dei fedeli.

Lo sguardo a Gesù, a Maria e a Giuseppe ci facciamo sentire parte di quell’unica famiglia nella quale Dio ha posto la dimora. Il Signore che viene accolga l’offerta quotidiana della nostra vita e quel servizio umile e gioioso che solo Lui vede e conosce.

Uniti nella vicendevole stima e nella preghiera, siamo certi della benedizione del Signore.