Chiesa, popolo in cammino.

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Il vescovo della diocesi di Locri Gerace, monsignor Francesco Oliva, si rivolge in un messaggio a tutto il clero e a tutti i fedeli laici all’inizio dell’anno pastorale.

 

Carissimi fratelli e sorelle, Carissimi Sacerdoti,

Siamo Chiesa popolo in cammino, soggetto alle vicende del tempo e della storia e talvolta esposti alle intemperie di un’umanità debole, anche se redenta da Cristo. Per sua benevolenza per il dono del battesimo siamo chiamati ad essere corresponsabili nella missione evangelica. Tutti, Vescovo, presbiteri e popolo di Dio siamo per vivere nella fedeltà al disegno di Dio. In un cammino di fede che ci chiede di fare la sua volontà: “Ecco, io vengo, o Padre, per fare la tua volontà”. La volontà di Dio si esprime nel seguire Colui che Egli ha mandato, il suo Figlio Gesù ed il suo Vangelo. La stessa volontà si esprime sia nelle decisioni del Vescovo che nella disponibilità dei sacerdoti ad essere missionari, cioè mandati a servire il Signore laddove Egli vuole. Nient’altro conta di più di questo: vivere il Vangelo nella carità, accogliendo quanto il Signore ci chiede in questa particolare ora ed in questa terra.

Sulla linea del rinnovamento pastorale già avviato anche quest’anno molte nostre comunità parrocchiali avvertiranno la novità del cambiamento attraverso gli avvicendamenti dei parroci e la riorganizzazione di alcuni Uffici diocesani. Ci tengo a precisare che ogni “nomina” non avviene nell’ottica della “progressione in carriera” e neanche come un provvedimento disciplinare. Nè va accolta come un peso o come un premio, ma come un dono ed una missione. Se un sacerdote vive il nuovo ministero come un peso, tutto gli diventerà difficile, finisce col chiudersi in se stesso, venendo meno alla missione ricevuta. Se lo accoglie come una promozione lo svolgerà da carrierista o da funzionario, sognando altre mete più appetibili, magari servendosi del gregge. Ma in questo modo tradisce la sua vocazione missionaria. Se invece la nomina è accolta come dono di Dio, allora ci si mette subito al servizio della nuova comunità con entusiasmo; la si vivrà come occasione di rinnovamento interiore, come un nuovo stimolo a mettersi in discussione, per offrire il meglio di sé a servizio della Chiesa e della sua missione. Accogliere il nuovo incarico come dono stimola la responsabilità personale, riconoscendo nel discernimento del Vescovo, difficile e faticoso, ma doveroso e credibile, la chiamata del Signore.

L’affidamento di un incarico nasce da questa opera di discernimento che il Vescovo fa davanti al Signore per il bene della comunità. Non è un semplice rimediare ad emergenze pastorali o rispondere a richieste personali cedendo ad eventuali “interferenze esterne”, ma obbedire alle esigenze ed ai bisogni di una Chiesa veramente missionaria. Sono in tanti ad osservare che dopo molti anni nella stessa parrocchia, sia una Comunità parrocchiale sia il Parroco, nel suo ministero di guida, sono esposti al rischio sia di adagiarsi in comportamenti e prassi sclerotizzate, che vanno avanti nello stile del ‘come s’è sempre fatto’. Il cambiamento giova alla Comunità ed allo stesso Sacerdote. La Chiesa saggiamente pone un limite di durata – non solo al ministero del vescovo – ma anche a quello del parroco, proprio per favorire tale rinnovamento.

Come sacerdoti sappiamo che ciò che veramente conta nel ministero pastorale non è tanto quello che si fa e dove lo si fa, ma quello che si è, rendendosi “strumenti di Cristo, bocca per la quale parla Cristo, mano attraverso la quale Cristo agisce” (Benedetto XVI). Nessun sacerdote è perfetto e ogni comunità parrocchiale e fedeli devono accoglierlo con fede, accettandolo come inviato di Dio in spirito di collaborazione. Pregare con il prete, condividerne la missione, in atteggiamento di rispetto verso le sue proposte pastorali, camminare con la chiesa seguendo le indicazioni diocesane è quanto una comunità cristiana ben formata sa vivere. E’ umano che ci si affezioni al proprio parroco, ma ciò non può portare ad arroccarsi in atteggiamenti possessivi e di chiusura ad ogni possibilità di cambiamento. La comunità parrocchiale non è un’isola autosufficiente, che deve difendere propri privilegi e tradizioni, ma una comunità che crede, spera ed ama, in piena comunione con le altre, con la diocesi ed il vescovo. I sacerdoti sono missionari che vivono il ministero in comunione con il vescovo e con il presbiterio. “Nessun presbitero è in condizione di realizzare a fondo la propria missione se agisce da solo e per proprio conto”, ricorda il Concilio Vaticano II (PO 8). “Nessun presbitero” può vivere il ministero in modo autoreferenziale e individualistico.

Nei presbiteri cui ho chiesto di offrire il servizio in altre comunità parrocchiali, ho trovato grande libertà interiore e disponibilità al cambiamento. E anche se in qualche raro caso, ho riscontrato qualche resistenza, alla fine ha prevalso il dialogo ed il senso di responsabilità. Dispiace però che su decisioni così delicate quali un trasferimento di parroco alcuni laici (e qualche sacerdote) si sono lasciati andare al mormorio e a pettegolezzi tanto dannosi per la Chiesa, perché minano la comunione ecclesiale. L’obbedienza “offerta e sofferta” (don Primo Mazzolari) aiuta a superare ogni chiusura.

Chiedo a tutti, sacerdoti e fedeli, di lasciarsi guidare dallo Spirito del Signore e di accogliere ogni novità come dono di Dio per il bene comune e per la propria santificazione.

Il Signore vi benedica e vi accompagni, non dimenticando di pregare anche per me.

firma vescovo