“Sulla roccia del suo amore”

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Si è svolta ieri a Grotteria la Celebrazione Eucaristica nel gioioso ricordo dei venticinque anni di sacerdozio di don Giuseppe Albanese. Un’estratto dell’omelia del nostro Vescovo

 

Una celebrazione di lode e di ringraziamento al Signore per i 25 anni di ministero sacerdotale di don Giuseppe. Ma soprattutto un’occasione per riconoscere che alla base della vita di ogni sacerdote c’è un atto di amore sincero in Colui che “non priva mai della sua guida”, nel Signore che chiama il sacerdote a camminare e a restare sempre “sulla roccia del suo amore”. Lo abbiamo riconosciuto nella colletta odierna. Il Signore accompagna sempre i passi di quanti hanno accolto la chiamata, di quanti il Signore  “ha stabilito sulla roccia del suo amore“.

Caro don Giuseppe, il Signore ha accompagnato i tuoi passi e ti ha posto “sulla roccia del suo amore”. L’amore di Dio è per ogni sacerdote. L’essere amati da Lui, l’accogliere questo amore, il porre la propria vita sulla roccia del suo amore sono i segreti della vita di ogni sacerdote.

La parola di Dio ci offre alcune coordinate che disegnano bene il nostro percorso di vita. Nella prima lettura si parla di Abramo, uomo di fede. Egli vive la sua fede nella relazione quotidiana. Abramo dice a Lot: “Non vi sia discordia tra me e te, perché noi siamo fratelli. Non sta forse davanti a te tutto il paese? Separati da me. Se tu vai a sinistra, io andrò a destra; se tu vai a destra io andrò a sinistra“. E’ il programma di vita che Abramo indica a Lot. Un programma che nasce dalla consapevolezza di vivere un rapporto fondato sulla fratellanza più che sull’interesse personale. Abramo vuole evitare che la discordia si frapponga fra lui e Lot. Ha nei confronti di Lot la stessa attenzione che ha per se stesso. Lo stile di Abramo è lasciare all’altro la prima scelta.

Il Vangelo ci offre preziose indicazioni su come trattare le cose sante e relazionarsi col prossimo e sulla via da seguire per giungere alla salvezza. La prima indicazione ci viene dalle parole iniziali: “Non date le cose sante ai cani”. In parole semplici, il sacerdote, che ha familiarità con le cose sante, deve saperle trattare e amministrare. Non deve perdere mai la consapevolezza della dignità di quanto amministra e dispensa per il bene dei fratelli. Non deve barattare “a basso prezzo” la salvezza, quando opera come ministro della grazia. È chiamato ad aiutare i fratelli a cogliere il senso ed il valore della Parola e dei Sacramenti. Parole e Sacramenti sono perle preziose, doni da accogliere e da dispensare, per arricchire gli altri. Amministrare le cose sante senza diventare un funzionare del sacro. Ciò richiede l’evitare alcune vie false. La prima: quella del “lasciar fare”. Questo atteggiamento è proprio di chi sta alla finestra a guardare senza sporcarsi le mani, di chi sta solo a criticare, di chi descrive con compiacimento gli errori altrui, di chi si tira sempre fuori, giudicando gli altri, senza alcuna capacità di introspezione.

Un’altra via sbagliata è “il soprannaturalismo disumanizzante” (papa Francesco) di chi si rifugia nel religioso per aggirare le difficoltà della vita, di chi si estranea dal mondo, per andare dietro a sterili devozioni. E’ la tentazione dello spiritualismo disincarnato di chi si rifugia nei riti e, vivendoli senza alcuna conversione interiore, si allontana dai problemi della gente.

Entrate per la porta stretta”. L’invito è rivolto a tutti anche ai sacerdoti. L’immagine della porta stretta richiama quella della casa, del focolare domestico. Gesù ci ricorda che c’è una porta che ci fa entrare nella famiglia di Dio, nel calore della casa di Dio, della comunione con Lui. Questa porta è Lui stesso (cfr Gv 10,9). Gesù è la porta, il lasciapassare per la salvezza. E’ Lui a condurci al Padre. La porta che è Gesù non è mai chiusa, è aperta a tutti, senza distinzione, senza esclusioni, senza privilegi. Tutti siamo invitati a varcare questa porta, ad entrare nella vita di Dio, e a farlo entrare nella nostra vita, perché la trasformi, le doni gioia piena e duratura.

19598749_1230835500359732_6043561704895770014_nCaro don Giuseppe, carissimi confratelli nel sacerdozio,

quante volte nell’esercizio del ministero abbiamo aiutato a varcare questa porta. Tante volte l’abbiamo varcata anche noi. Il sacerdote è uno che entra per la porta stretta ed aiuta gli altri a farlo. Dispensa la salvezza attraverso il suo ministero svolto con amore e per amore. Un ministero che indica la “porta stretta” ed aiuta tutti ad entrarvi. Tenere aperta “la porta stretta” della salvezza. Mai chiuderla ad alcuno. Chi vuole entrarvi deve potervi entrare ad ogni ora della vita. Ecco il ministero che rende grande il sacerdote: fare sperimentare a tutti l’amore di Dio, passando attraverso la porta, che è Cristo Gesù. Questa è la nostra opera. Mai arrestarsi o stancarsi, restare inerti e seduti. Anche quando si è per strada, al bar o nei luoghi di svago. Non può restare senza far nulla o alla finestra a vedere chi passa o cosa fanno gli altri e criticare chi fa. Il sacerdote opera h. 24 in questa direzione. Non delega agli altri quello che è chiamato a fare personalmente. Il ministero sacerdotale non ammette deleghe. Nessun altro può fare a nostro posto quello che siamo chiamati a fare noi stessi.

C’è tanta gente che vuole entrare attraverso quella “porta stretta”. La missione del sacerdote non può arrestarsi. Sacerdoti per sempre. Per questo non c’è anniversario che possa dire la parola “fine” ad un ministero che non ha confini e riguarda tutti gli uomini e si estende sino agli estremi confini della terra.

Ad maiorem Dei gloriam!