Nella vigna del Signore, senza risparmiarsi

pubblicato in: Ufficio Liturgico, Vescovo | 0

STEMMA

Santa Messa Crismale
(Concattedrale di Gerace 12 aprile 2017)
OMELIA

La nostra celebrazione della Messa crismale si è arricchita quest’anno di due gesti particolari: la benedizione della Cattedra episcopale e dell’ambone. Sede ed ambone sono strettamente collegati fra loro: il Ministero pastorale trova pienezza nella proclamazione della Parola. Una Parola, che convoca, illumina ed accompagna, e diviene lievito di trasformazione della nostra vita. Una Parola, che “rivela e proclama il mistero di Cristo”, e sollecita il Pastore ad uscire alla ricerca della pecorella smarrita. Per questa Parola che annuncia e testimonia il pastore è riconosciuto ed accolto.

Aperto il rotolo del Libro Gesù lesse il passo di Isaia: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19; cfr. Is 61,1). “Oggi si è adempiuta questa Scrittura…” (Lc 4,21). L’ “Oggi” si riferisce a quel giorno, in cui a Nazareth Gesù si presentò come il Messia, l’Unto e il Mandato dal Padre. Quell'”oggi” era l’inizio della sua missione pubblica. Quell” oggi” è il nostro giorno. La Parola si fa persona nell’oggi: possiamo incontrarla nella concretezza della nostra storia e del nostro servizio sacerdotale. Gesù si lascia vedere a noi e attraverso di noi. “Per questo ci ha consacrati con l’unzione” e ci ha costituiti come popolo sacerdotale.

Facciamo oggi memoria della nostra consacrazione e del nostro essere in Cristo. Rinnoveremo le promesse sacerdotali. Benediremo i santi oli: l’olio degli infermi, l’olio dei catecumeni e l’olio del crisma. Con l’olio degli infermi daremo conforto a quanti sono malati nel corpo e nello spirito. Con l’olio dei catecumeni gusteremo “la gioia di rinascere e vivere nella sua Chiesa”. Saremo vicini ad ogni uomo che cerca la verità ed accoglie la bellezza della vita. Anche noi sacerdoti, unti con olio di gioia, viviamo questa unzione come segno di una vita che appartiene definitivamente a Dio, che ci accompagna col suo amore misericordioso. Per questa unzione siamo consacrati per “ungere” con l’olio della letizia che è Cristo Signore: l’olio che sana le ferite, che rendono difficile il dialogo e l’incontro, l’olio della operosità, della comprensione, della umiltà e della mitezza, del servizio umile e riconoscente.

La scelta del Signore è caduta su ciascuno di noi non in base a meriti particolari, ma alla sua predilezione. Ciascuno con la propria storia, con le proprie fragilità, con le ferite del peccato. Ma il Signore non si è pentito né si è volto altrove: ha scelto proprio me, proprio te. Ci ha usato misericordia: “Per grazia di Dio sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana. Anzi, ho faticato…, non io però, ma la grazia di Dio che è con me” (cf. 1Cor 15,9-10). Abbiamo tutti in mente che “il sacerdote è il più povero degli uomini se Gesù non lo arricchisce con la sua povertà, è il più inutile servo se Gesù non lo chiama amico, il più stolto degli uomini se Gesù non lo istruisce pazientemente come Pietro, il più indifeso dei cristiani se il Buon Pastore non lo fortifica in mezzo al gregge. Nessuno è più piccolo di un sacerdote lasciato alle sue sole forze; perciò la nostra preghiera di difesa contro ogni insidia del Maligno è la preghiera di nostra Madre: sono sacerdote perché Lui ha guardato con bontà la mia piccolezza (cfr Lc 1,48)” (papa Francesco). Consapevoli della nostra piccola statura siamo  chiamati ogni giorno a recuperare la forma spirituale, per essere costruttori di speranza. In questa terra, che, di fronte ai tanti problemi che l’assillano, rischia di ripiegarsi su se stessa in uno stato di pericolosa rassegnazione.

E’ il presbiterio la vera palestra, ove ciascuno può ricuperare la forma giusta dopo la fatica e la stanchezza. Insieme realizziamo un “noi”, che accetta la sfida della comunione. Ma deve aprirsi all’azione dello Spirito Santo. Fuori dal presbiterio al contrario non c’è vita per noi né speranza, ma solo alienazione e frustrazione. E quella tristezza esistenziale che turba e rende costantemente tristi. Se manca la volontà di camminare insieme e di creare stabili rapporti di vera amicizia tra noi sacerdoti, tutto diventa alibi, perdiamo la pace del cuore. Ciascuno prenda a cuore il proprio fratello in difficoltà. Lo consideri parte di sé. Non cediamo alla tentazione di ricercare nel Web amicizie e conoscenze virtuali. Non servono a coprire i vuoti del proprio tempo e della propria giornata. Costruiamo piuttosto una rete di relazioni positive, che ci aiutino a crescere in umanità. La vera tentazione del presbitero è rifugiarsi in uno stato di isolamento e chiusura, che lo porta ad affermare se stesso e le sue vedute soggettive.

In questo giorno speciale sento dover dire grazie a tutti i sacerdoti indistintamente: ai sacerdoti del clero diocesano come ai sacerdoti “fidei donum”, ai sacerdoti religiosi. Ai sacerdoti anziani ed ammalati, che offrono la ricchezza della loro esperienza e la loro sofferenza. E’ il grazie della Chiesa diocesana per il servizio reso con semplicità e amore, pur tra tante difficoltà ed incomprensioni. Grazie per la generosità e l’impegno di fronte ad un lavoro apostolico sempre più complesso. Grazie per l’obbedienza e la disponibilità al cambiamento, dimostratomi dalla maggior parte di voi presbiteri. Colgo nel nostro presbiterio testimonianze di operosità pastorale, di volontà di fare, di attenzione fraterna. Ma talvolta anche segni di stanchezza e di introversione. A tutti dico: Non lasciatevi prendere dallo scoraggiamento! E’ il Signore che conduce la nostra storia! Noi siamo semplici mediatori della sua grazia, strumenti fragili nelle sue mani. Il Signore non si arrende di fronte ai nostri limiti e alle nostre infedeltà. Per questo oso chiedervi: trasformiamo le nostre fragilità in risorse, in doni di amore per il bene della diocesi! Non tradiamo le attese delle nostre comunità che chiedono di essere accompagnate alla luce del Vangelo. Lavoriamo. Lavoriamo nella vigna del Signore, senza risparmiarci. Con le energie di cui disponiamo. E’ questa la via che ci rende interiormente liberi e gioiosi. Sì, ne sono convinto: l’impegno apostolico abbracciato con entusiasmo e una dose di passione in più ci dà forza e ci guarisce dalla tentazione di chiuderci in noi stessi in sterili forme di autoreferenzialità. Sappiamo bene che la nostra felicità non dipende semplicemente dal fare tante cose, quanto dall’aver incontrato Gesù. La nostra relazione con Lui ci spinge ad andare e motiva il nostro agire ed il nostro essere. E soprattutto ci aiuta a vincere ogni forma di solitudine. “Con Lui non siamo mai soli, anche nei momenti difficili, anche quando il cammino della vita si scontra con problemi e ostacoli che sembrano insormontabili” ci ricorda papa Francesco.

Siamo un presbiterio all’altezza del compito ricevuto se diamo centralità al Signore, al di là dei limiti e delle nostre povertà. Guardiamo ai tanti sacerdoti Santi, che hanno interpretato profeticamente la loro vocazione. Penso – per citarne qualcuno – al Santo Curato d’Ars, a San Gaetano Catanoso, a don Francesco Mottola, a don Primo Mazzolari, a don Lorenzo Milani. Un cenno speciale lo voglio riservare a don Lorenzo Milani, di cui quest’anno ricorre il 50 anniversario della sua morte (26 giugno 1967). Ordinato sacerdote fu mandato giovanissimo a San Donato a Calenzano. Al vecchio preposto che chiedeva un aiuto l’arcivescovo di Firenze rispose: “ho quest’anno un giovane prete, non ha nessuna pretesa, e vuole vivere poveramente: un certo don Lorenzo Milani”. Un giovane prete, senza pretese, che voleva vivere poveramente. Don Milani era questo: un prete che volle fare sue i disagi di una gioventù che aveva bisogno di cultura per superare la propria miseria morale. Non amava lo stile pastorale del “se sempre fatto così”, “ma chi me la fa fare”, “lascia perdere”, quella religiosità superficiale che non accetta il cambiamento perché costa fatica. Nè si adattava ad una fede, adagiata su ritualismi, che davano più importanza all’esteriorità che alla vita sacramentale. Si chiedeva: “Cos’ha di cristiano una fede che osserva il rito (e non tutto) e poi fuori di quello non vuol esser turbata in nulla? Non è questa la fede degli egiziani e dei romani? Fede in Dio senza addentellati in nessun comandamento di vita, ma solo in comandamenti di rito”. Don Milani è stato un profeta che ha capito che, sotto la patina della religiosità tradizionale, spesso si nasconde una cultura religiosa debole, “praticamente nulla”. Per questo, interpretava  il suo essere sacerdote non tanto come quello del pastore dedito alla cura di un popolo al sicuro dentro l’ovile, quanto come il missionario in “terra straniera”, che va alla ricerca dei lontani e degli ultimi.

Carissimi fratelli e sorelle,

aiutate i sacerdoti a non ridursi a “professionisti del sacro”, esaurendo il proprio tempo nell’esercizio del culto, tralasciando le opere di carità. Sosteneteli nella riscoperta della bellezza del loro essere portatori del lieto annuncio ai poveri, del fasciare le piaghe dei cuori spezzati, del dare agli afflitti una corona invece della cenere, l’olio di letizia invece dell’abito da lutto. Sosteneteli nel loro cammino di fede e soprattutto nell’essere “un cuor solo ed un’anima sola”. Lungi da voi quel mormorare alle spalle, la critica sterile e velenosa, che creano solo divisioni e fanno del male a tutti. Mettendo in contrasto i sacerdoti, favorite malessere nella Chiesa e deturpate il volto di Cristo. Si rende – anche involontariamente – un buon servizio a Satana, origine e causa di ogni divisione. Accogliete i sacerdoti con le loro debolezze e fragilità, ma anche con le loro belle risorse di intelligenza e con la testimonianza di una vita spesa per il Signore. Senza sacerdoti invocherete aiuto e ascolto e non lo troverete, conforto nella sofferenza e non l’avrete, la gioia del Vangelo e non ci sarà chi ve l’annuncerà. Se amate la Chiesa ed i vostri occhi sono fissi sul Signore, pregate ogni giorno per i vostri sacerdoti e per le vocazioni religiose e sacerdotali. Una preghiera anche per me. Non dimenticatevene.

Il Signore ci aiuti a comprendere che siamo nella stessa barca chiamati a remare in sinergia verso la stessa meta. Amen!

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