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Carissimi,
è calata la sera sulla festa dell’Epifania di questo anno 2012, che ad ottobre ci immetterà nell’anno della fede. Nelle intenzioni del Papa, deve essere per tutti un anno di ripensamento della propria fede, per ritornare all’essenziale e all’autentico, con relativo sforzo di coniugare fede e vita. Cercherò di accompagnarvi in questo impegno di ripensamento con alcune riflessioni.
Chi è stato a messa in questo giorno dell’Epifania ha ascoltato le letture bibliche e le cose che si ripetono ogni anno su questo evento della vita del Signore: il Bambino nato a Betlemme si rivela come il Figlio di Dio fatto uomo, venuto per essere luce per gli uomini, per guidarli sulla strada della salvezza.
Ogni anno mi chiedo se queste parole sono capaci di entrare nel nostro cuore e farci compiere l’atto di fede, lo stesso compiuto da Pietro: Signore, tu hai parole di vita eterna; da chi potremo andare per essere aiutati a dare un senso alla nostra vita?
Diversi interrogativi si agitano in me, che probabilmente sono anche i vostri:
- Il Signore si è rivelato, ma la fede rimane per noi sempre un mistero, un salto di qualità che, dall’esperienza delle cose che ci darebbero una possibilità, forse tragica, di leggere la nostra vita, ci catapulta in ciò che non è palpabile e dimostrabile, ma che porta le connotazioni della pace e della serenità; un mistero dinanzi al quale la ragione deve piegarsi senza vedere, accettare senza capire, accogliere senza discutere, quasi ad occhi chiusi. Dobbiamo solo muoverci non nella visione diretta delle cose ma attraverso i segni, non sempre facili da cogliere e soprattutto da interpretare.
- Se Cristo ci ha rivelato il volto del Padre e ci ha portato la sua salvezza, come facciamo ad accogliere tale salvezza se la nostra vita si svolge tra fatti e avvenimenti che sembrano distoglierci da Dio, piuttosto che aprirci a lui e soprattutto comunicare con lui? Come coniugare l’esperienza del male con la bontà di Dio e con la sua provvidenza di Padre? Perché anche dopo l’incarnazione di Gesù la paternità di Dio continua ad essere un mistero per noi e non una realtà tangibile e sperimentabile?
Diventare uomo è stata per Dio una scelta voluta, che ha chiuso nel mistero, cioè in una dimensione non incontrovertibile, il suo intervento a favore dell’uomo; e ciò per suscitare attraverso la fede la libera adesione dell’uomo. Il bambino di Betlemme è pur sempre un bambino, che alcuni accolgono solo come tale e non come Figlio di Dio. In realtà egli non appare come Figlio di Dio, ma come un uomo qualunque (ecco il mistero), ma offre alcuni segni, che, se accolti e interpretati, ci spingono alla fede, senza determinarla. Ecco perché durante la vita di Gesù avvengono alcuni episodi naturalmente inspiegabili (la voce e la colomba al momento del battesimo), e lui stesso compie alcuni gesti umanamente impossibili (i miracoli, come il mutare l’acqua in vino).
Nel corso della storia, sin dall’inizio, alcuni lo hanno accolto e continuano ad accoglierlo come l’inviato di Dio; altri invece no, pur apprezzandone l’opera, perché non si riesce a lacerare il velo che copre la sua divinità: per molti rimane sempre un uomo, anche se grande.
Anche per noi il rapporto con Gesù deve passare attraverso la prova del mistero; anche noi dobbiamo andare alla ricerca di segni per capirne la presenza in mezzo a noi e credere nella sua origine divina.
Non passare attraverso questo crogiolo, che è quello del dubbio, dell’indecisione, della tentazione del rifiuto, significa non raggiungere mai una fede matura.
Anche noi dobbiamo percepire i segni della presenza di Dio nella nostra vita, creduta da noi sulla parola di Gesù come guidata e orientata dalla provvidenza di Dio. Anche noi dobbiamo accettare da Gesù le indicazioni di come arrivare alla comunione di vita con Dio, che egli ci ha insegnato a chiamare Padre.
Ma è da qui che nasce il travaglio della fede. Sarà poi facile per noi cogliere i segni della provvidenza di Dio e della sua paternità, quando la sofferenza ci prende e l’oscurità del male e della morte sembra avvolgere nel buio la nostra vita? Come risolvere il contrasto tra paternità di Dio e male del mondo? I due punti ci sembrano inconciliabili e alternativi l’uno all’altro.
E’ nel vivo di questo travaglio che dobbiamo riscoprire la fede in Gesù come salvatore, non solo per tutto quello che egli ci ha detto, ma soprattutto per quello che ha vissuto come uomo, che si è autoproclamato come inviato dal Padre. Le sue parole e la sua vita diventano salvezza per noi.
Anche lui ha detto di essere amato dal Padre, ma ha dovuto sperimentare la sofferenza, il dolore e alla fine la morte, che come ad ogni altro uomo gli hanno parlato dell’abbandono di Dio. Ma egli non ha ceduto, ma ha sempre creduto che il Padre non lo avrebbe mai abbandonato e che avrebbe accolto la sua sofferenza e gli avrebbe dato il conforto e la consolazione che si attendeva come prova di amore.
La risurrezione è stata la prova del Padre, che ha tolto ogni dubbio sulla sua paternità e ha dato significato alla sofferenza del Figlio.
Il mistero di morte e di risurrezione del Signore, diventa così la chiave interpretativa del mistero della nostra vita. Anche se il dolore, la morte, il male esistente nel mondo remano contro la nostra fede e presumono di attestarci l’illusione dell’esistenza di Dio e della sua paternità, noi guardando a Gesù lo accogliamo come salvatore, perché attraverso il suo mistero di morte e risurrezione guardiamo la nostra vita e troviamo in essa la presenza di Dio Padre, che ci sostiene nel momento della prova e ci apre gli orizzonti sconfinati della vita eterna, dove non ci sarà più lutto o sofferenza.
+ p. Giuseppe Fiorini Morosini
Vescovo di Locri-Gerace
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