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| Intervento di + Mons. Domenico Sigalini | ||||||||||||||||||
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I giovani di oggi Siamo in tempi in cui si parla molto di urgenza educativa. Uno dei motivi di questa urgenza è il nuovo mondo giovanile. Nella sua ampiezza di libertà di movimento, di impostazione della vita.C’è urgenza educativa perchè è aumentata la domanda, perché i giovani sono di fronte a una eccedenza di opportunità, devono giocare di più la loro libertà, sono messi di fronte abitualmente, non solo in alcuni momenti della loro vita, a un numero di scelte maggiore. Siamo in un mondo più libero e per questo più bisognoso di attrezzarsi per decidere bene. Non siamo in contesti chiusi in cui il giovane, il figlio, l’allievo dipende solo o quasi dalle informazioni, dai modi di pensare, dalle visioni di mondo del padre o del maestro. Ogni persona ha davanti a sé ancor prima di percepirne il valore innumerevoli possibilità di comportamento, di valutazione, di stimoli, di proposte. La Gravissimum Educationis, il testo del Concilio che parla esplicitamente di educazione, dice che è più facile oggi e più urgente educare e che l’incidenza dell’educazione sulla vita è più grande. Educare ha un valore aggiunto. Chi sono questi giovani?
La consapevolezza di essere privilegiati nella vita è evidente. Rasenta quasi uno stato di superiorità nei confronti delle generazioni più adulte, anche giovanili. E’ una sorta di diritto acquisito e non messo mai in discussione. Nessuno mi deve dire niente. La vita è mia. La consapevolezza che da questo modo di vivere si deve ogni tanto uscire, sballare, perché così come è la vita non è soddisfacente, è esperienza normale. Ma lo sballo ti porta una serie di conseguenze negative: le lagne dei genitori, restare intronati per molto tempo, perdere qualità espressive, ritorno deludente alla normalità… ma ne valeva la pena! Sacrifico la tranquillità a un buco da cui vedere un altro orizzonte, anche se è falso. I giovani hanno consapevolezza di essere serviti e sono soddisfatti di godere di questo stato di gratuità, senza tante domande, verso la convinzione di avereuna sorta di diritto. Alta è la necessità di stare in compagnia, che ancora non è amicizia, ma è dire, parlare, sparare idiozie, sentirsi, vedersi, oltre ognimomento virtuale che pure aiuta in questa direzione. Contenti di stare gratis a viversi. Con tutti gli strumenti che condiscono lo stare assieme, la sigaretta, lo spinello, il cellulare con qualche foto non troppo castigata, le sonerie e la raccolta di mpeg o l’ipod. La vita è bella e non è vero che sei solo, qualcuno ti protegge sempre. I genitori basta toccarli sul loro orgoglio e sul confronto con gli altri che te li conquisti a tutte le tue cause o paranoie. Le domande di senso hanno sempre un sopravvento indiscusso. Non c’è un ragazzo che non se le senta addosso e che faccia fatica ad ammettere di essere sempre al punto di partenza. Hanno domande cui nessuno aiuta a rispondere. Occorre riempire la vita: questo lo fa la scuola, come riempitivo; e qui però rischi di essere frustrato e umiliato; lo fa lo sport; per molti, lo fa il piccolo quotidiano spaccio di droga per garantirsene il fabbisogno senza dipendere da nessuno, ma creando dipendenti sicuri epiccole disponibilità per muoversi. E’ in atto un forte anticipo dei tempi di indipendenza o, meglio, di solitudine nell’affrontare la vita; già nell’età della preadolescenza sei lasciato solo con un bagaglio di informazioni che non vengono interiorizzate e valutate sotto un aspetto etico, c’èconsumo di esperienze senza guida. Ognuno si deve fare un giudizio da solo, senza riferimenti e senza poter inquadrare le informazioni in una sequenza vitale di rapporti e di confronti. Oggi i giovani hanno molta disponibilità ad ascoltare la verità, un rifiuto assoluto di qualsiasi imposizione ideologica, sono sempre in attesa di qualche novità, godono di grande libertà di movimento, che spesso usano come fuga dalla realtà… Giovani: vite da scarto, senza investimento Nella società precedente alla nostra, detta dei produttori, i disoccupati saranno anche stati dei poveri disgraziati, ma il loro posto nella società era sicuro e fuori discussione. Erano sicuramente valide unità di riserva, pronte ad essere impiegate quando se ne fosse presentata l’esigenza. Per questo si è parlato spesso di disoccupazione funzionale al sistema, di risorse disponibili. Era previsto che prima o poi si potessero impiegare, si trattava solo di aspettare; intanto si mettevano in atto alcuni dispositivi sociali di sostegno. Nella società dei consumatori, quale è quella di oggi, si parla di esuberi non di disoccupati. Esubero non suggerisce che prima o poi si potrà essere considerati, ma porta in sé l’idea di normalità e di permanenza. Essere in esubero significa essere in soprannumero, non necessari, inutili, indipendentemente dai bisogni e dagli usi che fissano lo standard dell’utile o dell’indispensabile. Gli altri non hanno bisogno di te possono stare senza di te e cavarsela altrettanto bene, anzi meglio. Sei come una bottiglia di plastica vuota e non rimborsabile, una siringa monouso, un bene privo di attrattiva. Esubero è nello stesso campo semantico di scarto, rifiuto, prodotto di risulta, pattume, immondizia. La destinazione dei disoccupati era quella di venire prima o poi chiamati al lavoro, quella degli esuberi è la discarica, l’immondezzaio. Ora non siamo troppo lontani dal vero se pensiamo che i giovani della Generazione X, siano tenuti in questo conto. Hanno ottime ragioni per essere depressi. Indesiderati, tutt’al più sopportati, condannati a restare destinatari delle iniziative socialmente consigliate o tollerate, trattati come oggetto di benevolenza, di beneficenza, di compassione, accusati di indolenza e sospettati di intenti malvagi e propensioni criminali. Così non solo non hanno lavoro, ma perdono i progetti, i punti di riferimento la fiducia di poter avere il controllo sulle loro vite, spogliati della loro dignità di lavoratori, dell’autostima, del senso di essere utili e di avere un ruolo nella società. Ci sono state anche in altri periodi della storia situazioni come questa, ma oggi si ha l’impressone che il rimedio brevettato ed ereditato dal passato non funziona più. Il disagio è legato ai fini, non ai mezzi. I fini sono fluidi, non ti sei ancora attrezzato per raggiungerli che sono già cambiati, quindi non meritevoli di incrollabile impegno e dedizione (cfr. Vite di scarto di Z. Bauman, Editori Laterza) Generazioni dimezzate (droga, alcool, incidenti stradali) La falcidie di giovani vite è sotto gli occhi di tutti, sia per gli incidenti automobilistici, che sul lavoro, che la debilitazione dovuta a uso di droghe che oggi stanno colpendo fasce sempre più giovani. Certe generazioni sono state letteralmente dimezzate da questo sfascio collettivo, da devastazioni del cervello e della volontà, che hanno scavato nei paesi, nelle scuole e nelle compagnie togliendo loro spesso i giovani più pieni di energie e più vivi. Precarietà: nei sentimenti, nel lavoro, nei progetti di vita Se c’è una esperienza che a poco a poco sta coinvolgendo tutti i giovani del terzo millennio è precariato, flessibilità, certezza di non avere un posto di lavoro fisso, soprattutto se è il primo, duttilità. Il lavoro non è più una tappa finale irreversibile, ma ha alcune caratteristiche tipiche: eterogeneo, diseguale, parziale, una esperienza intermittente. Diffusione di periodi di lavoro brevi, orario limitato, lavoro occasionale. E’ pur vero che i giovani in questo modo hanno smesso di stare ad aspettare gli adulti che lottavano per tenersi il posto loro e hanno trasformato la disoccupazione in precarietà, ma resta il fatto che devi per un bel po’ di anni continuare a cambiare, sperando che i cambiamenti prima o poi ti diano quel che promettono. Non tutto il male vien per nuocere. Ti fai sicuramente una buona esperienza nel creare il curriculum e nel fare colloqui per l’assunzione. Ti metti a smanettare in Internet e ti si apre davanti un mondo di mille possibilità. Solo che tu sei nato qui, hai gli amici qui, ti piace la skyline della Locride che ti circonda, che non vorresti cambiare per niente al mondo E’ talmente diventata una caratteristica del mondo giovanile, che paradossalmente i giovani che trovano subito un lavoro fisso, garantito, ben definito, con la prospettiva di essere “eterno”, si spaventano, vanno in crisi e prima o poi lolasciano. Precarietà è ricerca, è mettere a prova le proprie qualità e la capacità di adattamento; precarietà è cambiare ambienti e poter fare utili confronti; precarietà è farsi un’esperienza utile di rapporti con varie persone, con il datore di lavoro, con i compagni di lavoro che cambiano continuamente; precarietà è dare corpo a progetti e non pagare eccessivamente se risultano sbagliati o deboli: si può ricominciare di nuovo in altre contesti e con altre condizioni; precarietà è star sospesi nella vita e continuamente rimandare le decisioni che si fanno fatica a prendere. Precarietà però è anche sentirsi di nessuno, essere usato con finanziamenti promozionali per una migliore qualificazione e non vederne nemmeno l’ombra. Precarietà è anche non riuscire a mettere radici, è non poter avere uno stipendio fisso e quindi il mutuo per affrontare le spese necessarie se vuoi mettere su casa. Precarietà è essersi preparati e qualificati a fare qualcosa di bello che ti piace e adattarsi per troppo tempo a vivere di rimedi. E dentro come ci si sente? Per molti è crisi nera. E’ continuare a rimandare le scelte fondamentali della vita o per lo meno avere una copertura ufficiale per camuffare l’incapacità di scegliere la propria strada. Chi ha puntato su una identità da immagine si sente frustrato, perché non sempre le immagini che gli vengono appiccicate gli vanno bene. Se vivi un rapporto di coppia i problemi sono moltiplicati per due e sicuramente non sono risolti contemporaneamente. Siamo un popolo di mammoni, noi non siamo americani che stanno a mille miglia dalla mamma già a diciotto anni e sperano di non tornarci più, dove gli amici non sono quelli della contrada o della confraternita o della piazza, ma del college, presi a prestito oggi e mollati domani come quando si faceva la naia. Io dai miei amici ci voglio tornare ogni sabato notte altrimenti non mi pare di esistere. Le difficoltà di un ascolto Imass-media. I massmediasono sempre negativi sul mondo giovanile o li blandiscono con i vari non luoghicomunicativi: You tube, messenger, face book…. Purtroppo in questo modo diventano oggetto delle nostre curiosità e non delle nostre responsabilità. Gli unici spazi in cui l’opinione pubblica ascolta e presenta il mondo giovanile con rispetto, talvolta ammirazione, e sicuramente con maggior attenzione sono le giornate mondiali della gioventù; papa Giovanni Paolo II era riuscito almeno nei giorni delle celebrazioni a invertire, per poco, l’indice di gradimento. La convinzione che:ai miei tempi… Esiste un modo di parlare dei giovani da parte degli adulti che affossa ogni capacità di dialogo e di muta considerazione positiva. La famosa frase “ai miei tempi” nasconde un modello di approccio alla realtà giovanile che affonda le sue ragioni in un vissuto umano di compassione o disistima e nell’adattamento alla sfiducia. Infatti ecco alcune testimonianze del passato: Nemmeno i tempi sono più quelli di una volta. I figli non seguono più i genitori! (da un papiro egizio di 5000 anni fa) Questa gioventù è guasta fino al midollo; è cattiva, irreligiosa e pigra. Non sarà mai come la gioventù di una volta. Non riuscirà a conservare la nostra cultura. (da un frammento di argilla babilonese di 3000 anni fa) Non nutro più alcuna speranza per il futuro del nostro popolo, se deve dipendere dalla gioventù superficiale di oggi, perché questa gioventù è senza dubbio insopportabile, irriguardosa e saputa. Quando ero ancora giovane mi sono state insegnate le buone maniere e il rispetto per i genitori: la gioventù d’oggi invece vuole sempre dire la sua ed è sfacciata. (Esiodo, 700 avanti Cristo) Il mondo sta attraversando un periodo tormentato. La gioventù di oggi non pensa più a niente, pensa solo a se stessa, non ha più rispetto per i genitori e per i vecchi; i giovani sono intolleranti di ogni freno, parlano come se sapessero tutto. Le ragazze poi sono vuote, stupide e sciocche, immodeste e senza dignità nel parlare, nel vestire e nel vivere. (Pierre L’Eremite, predicando la prima crociata nel 1095) La domanda religiosa in aumento Douglas Coupland, un noto romanziere canadese, capace di interpretare la ricerca delle giovani generazioni di oggi, ha scritto alcuni anni fa unlibro dal titolo molto provocatorio “La vita dopo Dio”. In questo romanzo immagina di collocarsi dalla parte della prima generazione cresciuta senza religione, e si domanda di fronte a implacabili domande su Dio: “da quali brecce possono mai filtrare simili pulsioni in un mondo senza religione? E’ una cosa cui penso ogni giorno. Certe volte mi sembra l’unica cosa al mondo per cui valga la pena di pensare” (pg 196). E più avanti dice: “Ora il mio grande segreto è questo: ... il mio segreto è che ho bisogno di Dio, che sono stufo marcio e non ce la faccio più ad andare avanti da solo: Ho bisogno di Dio, per aiutarmi a donare, perché sembro diventato incapace di generosità; per aiutarmi a essere gentile, perché sembro ormai incapace di gentilezza; per aiutarmi ad amare, perché sembro aver oltrepassato lo stadio in cui si è capaci di amare..” E’ sotto gli occhi di tutti che la domanda religiosa dei giovani nonostante le previsioni della sua scomparsa fatta già negli anni ’80, oggi è ai livelli dell’82%, e da vent’anniè quasi costante. In termini più scanzonati dice Vittorino Andreoli che siamo in presenza di giovani che hanno una crisi di astinenza da fede e pone come imperativo urgente di tornare a “spacciare la fede”. Sì, occorre spacciarla perché nei luoghi ufficiali dedicati all’educazione non lo si fa, la si nasconde, la si ritiene un fenomeno di nicchia. Sono convinto che se la comunità umana, non solo o soprattutto cristiana, non dà occasioni di trovare risposte a queste domande profonde, dovrà intervenire in termini penali sulle devianze che si producono nella ricerca di fondamentalismi, di satanismi, di esasperazioni antisociali. Per la comunità cristiana si impone l’imperativo di non ridursi a proporre l’educazione alla fede solo a comunità gruccia di tipo confessionale, ma di farla incontrare in ogni ambito della vita; deve diventare fruibile nei percorsi della vita quotidiana, culturale, artistica, poetica, musicale, letteraria, amicale, produttiva, sportiva. Va inventato un welfare state dell’educazione, che guarda globalmente alla persona. L’obiettivo di una comunità che crede nel futuro deve sbilanciarsi verso le giovani generazioni e offrire con la loro creatività e corresponsabilità comunità solidali di valori, aspirazioni, sogni, progetti di vita, ispirazioni a dimensioni religiose. Lo stesso Sarkosy, ancora quando era ministro degli interni francese (La repubblica, le religioni, la speranza. Nuove idee 2005), affermava che la famosa laicità francese era invitata a fare una forte revisione di come si pone nei confronti dei bisogni religiosi dell’uomo. La vita parallela, vista come ineluttabile e lasciata a se stessa per comodità. Esiste una esperienza oggi molto diffusa e che si allarga sempre più: la collocazione del meglio di sé della vita giovanile in spazi paralleli a quelli che istituzionalmente l’adulto gli mette a disposizione per crescere e diventare a sua volta adulto. Le migliori energie il giovane è costretto a spostarle di netto nei suoi spazi di vita, nei luoghi informali del suo crescere. Non la scuola, ma la strada; non la parrocchia, ma la compagnia; non la famiglia, ma gli amici; non il catechismo, ma le emozioni delle esperienze. E’ più facile trovarlo nei pub, nelle discoteche, nei centri commerciali, ai cancelli degli oratori o sui sagrati delle chiese, in strada, nella villa comunale, a fare le vasche sul corso. Qui mette tutte le sue energie per decidere, per scambiare, per confrontarsi, per farsi un’idea della vita, dell’amore, della fede, del mondo, della giustizia. Alla madre racconta la sua vita con due o tre monosillabi al giorno, ai suoi amici con ore di telefonate, con Messenger, in face book, con squilli e sms. Ai maxi pigna della scuola affida qualche scritto estorto come dovere, alla mailing list o al suo diario affida quello che pensa e quello che sogna, le sue reazioni e i suoi progetti; al catechismo affida qualche risposta della serie: ti dico quello che secondo me tu ti vuoi sentire dire, agli amici svela i suoi doppi pensieri, i suoi “casini”, i suoi dubbi e le sue innocenti emozioni religiose. Ai corsi per l’orientamento comunica le sue domande, ma le risposte se le vuol sentire dal gruppo dei pari, dalla “latta” (l’automobile) sulla quale ricamerà di notte i suoi infiniti percorsi in cerca di amici. Agli spazi istituzionali porta il corpo, agli sms invece le sue reazioni e le sue emozioni. Gli adulti lo aspettano al varco con le parole e lui la sua anima la affida alle cuffie, ai ritmi, alla musica, all’ipod. Gli adulti vivono di giorno e dove sperano almeno di vederli e dire qualcosa, loro vivono e si esprimono soprattutto di notte. Gli adulti si arrabbiano a morire per i tempi del suo virtuale, lui lì invece fa le prove per vedere che vita impostare; si esercita attraverso simulazioni con il rischio di non distinguere più la realtà dalla virtualità. Gli adulti gli chiedono la memoria, lui invece offre capacità di cercare in rete. Gli adulti in genere si collocano negli spazi istituzionali e lui decide negli spazi informali. Superare questa frattura è una prima grande sfida sia del mondo educativo istituzionale, sia del rapporto più vero con la vita credente. Il protezionismo dei genitori Spesso i genitori non accettano minimamente che il figlio sia diverso da come lo vedono loro, sia per i suoi progetti, che per i suoi cedimenti. Esiste una sorta di tutoraggio che non va alle radici profonde dei desideri e dei bisogni dei ragazzi. C’è anche in famiglia un tutto e subito che distrugge che spegne in bocca ogni invocazione di aiuto. Risultati: la povertà della comunità cristiana che cresce senza il contributo essenziale dei giovani. Il Signore ha posto dei doni necessari all’umanità proprio nelle nuove generazioni e il mondo se non dialoga non può avvantaggiarsene, perché è solo lì che sono collocate le energie per il futuro, le intuizioni originali e le sintesi nuove tra il passato e il futuro. Sono i giovani che riescono a immaginare come la vita può ricostruirsi sulle nuove possibilità che si aprono. Hanno però bisogno di un dialogo che offre alle informazioni la saggezza e alle intuizioni un metodo rigoroso di progettazione. Se la notte dei giovani implode, la vita del giorno si scolora la povertà degli stessi giovani che non possono far tesoro della vita della comunità. Gli stessi giovani non sono una cultura autosufficiente e quindi hanno bisogno di confrontarsi per vederne i limiti, le possibilità di evoluzione, per evitare le implosioni, il ritorno a costruire il mondo come se non ci fosse la storia che lo aiuta a non tornare indietro. La comunità è stata viva e offre vita anche prima che loro la accostino. Lo Spirito ha lavorato da sempre nella sua Chiesa per renderla segno leggibile e efficace del Regno di Dio. La comunità cristiana si specializza nel costruire ponti Come si fa oggi a educare i giovani alla fede se l’unica proposta che una comunità cristiana fa è la messa festiva, magari in orari antelucani, sapendo che i giovani amano la notte e rincasano la mattina? Come si fa a educare i giovani alla fede se l’unico approccio è quello della catechesi, di un cammino di fede strutturato per persone che credono, mentre i giovani dopo la Cresima ribaltano tutto e fuggono dalla parrocchia e spesso dalla vita di fede? Come si fa a pensare che i giovani di oggi abbiano bisogno solo di trasmissione e non anche di accoglienza, ascolto, condivisione della loro vita, delle loro domande, della loro voglia di amare e della paura di essere abbandonati? Come si fa a pensare che i giovani riescano a sentire la liturgia come dono grande di Dio all’umanità se non vi si immergono con tutta la loro vita, le loro ansie e paure, i loro slanci vitali e la loro creatività? Come si fa a pensare che i giovani non abbiano niente da donare a questa nostra umanità e alla chiesa? Come facciamo a vivere senza di loro? Potremmo continuare a farci domande e a vedere che l’allontanamento dei giovani dalla vita cristiana è anche causato dall’inerzia delle comunità cristiane, da incapacità di leggere la loro profonda sete di Dio e della non curanza nei loro confronti del mondo adulto. Senza accorgerci ci stiamo abituando a vivere senza di loro, senza i doni assolutamente necessari per la nostra vita cristiana che Dio ha messo nella loro vita per tutti. Occorre una scelta decisa dal punto di vista educativo. Occorre un ponte tra la strada e la chiesa, occorre un luogo, un tessuto di relazioni, uno spazio in cui si supera la povertà della strada, la solitudine dell’essere abbandonati a se tessi e a tutti i predoni che si fumano la vita dei giovani e che nello stesso tempo si distacca dall’essere un prolungamento della sacrestia, un dare per scontato ogni domanda di vita, oritenere i giovani bocche da imbuto, oggetti di folklore o di indottrinamento. I giovani hanno diritto e bisogno ad avere alcuni ponti che li aiutano a dare risposte piene alle loro domande e canali praticabili per le loro risorse. Le nostre comunità parrocchiali, unità pastorali possono essere questi ponti. 1. Ponte tra la strada e la chiesa E' capace di interessare la vita e per questo ha la capacità di essere crocevia come la strada, ma nello stesso tempo è attirato verso le risposte fondamentali della vita, come fa la Chiesa. E' il luogo in cui si può guardare la vita al rallentatore, si aiuta il giovane a tenersi in mano l'anima tutto il giorno. (In genere i giovani lasciano l'anima sul comodino la mattina quando si alzano e la riprendono la sera quando vanno a dormire, con qualche mezzo segno di croce). E’ uno spazio in cui ci si fanno domande, non in cui si imparano solo risposte. E alle domande occorre saper rispondere e non solo tergiversare. Le domande nascono nei meandri della vita non sul lettino dello psichiatra o nell’aula della discussione. 2. Ponte tra l’istituzionale e l’informale Oggi i giovani si sono scavati spazi propri di vita in cui prendono le decisioni più importanti della loro giovinezza e spesso anche della loro esistenza. Sono gli spazi della quotidianità, luoghi in cui passare il tempo senza pagare pedaggi, né fisici, né di simboli, né di immagine e che tento di elencare per non rimanere nel vago. Sono: la banda, il muretto, la squadra, la compagnia, il gruppo musicale, la piazzetta, le vasche del corso, la spiaggia, i concerti, il pub, la discoteca, la notte, l’automobile; gli spazi virtuali, la musica, il fumetto e internet. L’impegno allora si porta su due versanti: abitare questi spazi e progettare una comunità per abilitarsi a entrare in dialogo con questi. Questo significa preparare nuove figure educative, capacità di uscire, nuove collaborazioni, la consapevolezza di non essere autosufficienti, ma anche un ripensare gli spazi classici e strutturati dell’educazione dei giovani, oltre l’oratorio, come la scuola cattolica, le associazioni, i movimenti.. 3. Ponte tra il virtuale e il reale Il mondo virtuale incanta i giovani, ma non li soddisfa, perché se è bello comunicare con i cellulari, fare raccolte di mp3, di sonerie, di trasmissioni radio, avere a disposizione tutti i mezzi possibili per comunicare a distanza, solo il rapporto concreto, l’amicizia del contatto fisico, del guardarsi negli occhi, del sentirsi accolti concretamente permette di sviluppare scelte e dare alternative alla solitudine. La banda opera questo collegamento, ma è sempre al ribasso, scatena gli istinti, non mette in comunicazione le energie positive, gli ideali, i sogni. Un ponte come la comunità cristiana può essere lo spazio dello scambio, il posto in cui si elaborano anche con questi strumenti virtuali proposte educative e si aiutano le persone a cambiare il virtuale in reale. Per questo c’è da una parte una fame quasi istintiva di concretezza, di manualità, di mettere in gioco la corporeità e dall’altra la difficoltà a bucare il virtuale,a uscire, a impegnarsi. Se i giovani non fanno niente non è per malavoglia, ma è per la difficoltà a cambiare il virtuale in reale (cfr Meglio una carezza, un bacio LDC). 4. Ponte tra la domanda di Dio e la proposta della fede La domanda c’è, la volontà di rispondere pure, ma manca l’incontro. Il tessuto di relazioni della comunità deve attrezzarsi ad essere questo incontro che non è catechesi, ma ancor prima accoglienza delle domande, approfondimento di esse e iniziative che conducono a fare scelte. Spazi di primo annuncio, di accoglienza di non credenti, di approfondimento su tematiche giovanili sono necessari, a partire da una identità non camuffata di chi fa la proposta. 5. Ponte tra l’autosufficienza delle parrocchie e la eccedenza delle opportunità Il cumulo di problematiche giovanili rende assolutamente non autosufficiente la comunità cristiana. Occorre finalmente mettersi in rete favorendo e sviluppando la vocazione particolare di ciascuna realtà educativa o di tutto il cumulo di proposte che vengono fatte ai giovani. In molte realtà non esiste niente, in altre invece c’è troppo e tutto confuso. Lo stesso capita anche all’interno delle nostre comunità cristiane: in certe comunità c’è per i giovani un forte tradizione sportiva, in altre attrezzature teatrali, in altre esperienze di volontariato, in altre particolari capacità di rete internet o di radio; in altre particolari esperienze di musica giovanile ambienti adatti al sabato sera, alcune comunità sono ben attrezzate per far incontrare le coppie… qualche altra è attrezzata per incontri di spiritualità, per la direzione spirituale, e perché no, per la confessione, ciascuno può offrire bene quello che serve a tutti. Ciò significa che in una zona si possono diversificare le proposte soprattutto per i giovani oltre i 18 anni, che sono indipendenti per i mezzi di spostamento, e qualificarle. Questo esige una forte intesa tra parrocchie, tra preti, tra consigli pastorali e consigli di oratorio, tra quartieri e amministrazioni civiche. 6. Ponte tra il nomadismo e il pellegrinaggio della vita Quanto detto sopra viene incontro a una modalità di impiego del tempo libero da parte dei giovani che è il nomadismo continuo. Nessun giovane passa una intera serata nello stesso luogo, ma preferisce girare, cercare, cambiare, provare emozioni diverse, assecondare gusti diversificati. In un ambiente solo si sente troppo schiacciato. Il nomadismo senza dimora e senza obiettivo può ben diventare un “pellegrinaggio” della vita, se le comunità si diversificano e fanno tutte convergenza su una meta che è la comunicazione vera, la risposta alle domande vere, l’intercettazione dei problemi e delle situazioni che chiedono ascolto e pazienza educativa. Non si tratta di pretendere di occupare tutto il tempo libero dei giovani, ma almeno di inscrivere nel loro girovagare, mete che trasformino il nomadismo in pellegrinaggio, con luoghi di accoglienza anche di situazioni disperate. Penso in particolare alla solitudine e alla proliferazione di non luoghi in cui gli universitari vanno a buttare tempo e soldi. 7. Ponte tra il niente sofferto e l’impegno Tutto il mondo di ragazzi e di giovani che transitano in città, o in paese si affaccia a qualche iniziativa per curiosità, per amicizia, per voglia di giocare, per simpatia. Il passaggio alla partecipazione a qualcosa di formalmente organizzato per la formazione è spesso impraticabile. La proposta semplice e accompagnata di un volontariato educativo, di partecipazione a iniziative, entro un tessuto di relazioni vive può essere spazio di missione, di primo annuncio, di proposta nuova di vita. I giovani hanno bisogno di essere coinvolti in ricerche espressive, culturali, azione caritative, in esperienze di volontariato, di settimane estive. Ogni parrocchia deve creare una task force che si occupa del mondo giovanile Non è più possibile lasciare ad nutum presbyteri l’azione educativa, la proposta di fede, gli spazi aggregativi, l’accoglienza dei giovani,il loro protagonismo, la capacità associativa, il desiderio di fare, il volontariato. Le associazioni che sembrano tenere ancora bene (buona è l’Azione Cattolica Giovani, l’Agesci e altri movimenti…) sono da appoggiare e far crescere, sono un ottimo luogo di formazione di formatori, di reperimento di persone appassionate per l’educazione, di gente che ha fatto scelte di fede non di comodo, di vocazioni laicali che si spendono per l’apostolato. Appendice La religiosità giovanile Il dato relativo riguardo a chi dice di credere in Dio è da venti anni pressoché stabile in Italia. Nelle ricerche, anche le più sofisticate degli anni ’80, in cui già non ci si accontentava di vedere quanti giovani credevano in Dio con domande chiuse, ma siindagava anche sul perchè, sul come, sul significato che poteva avere la religione nella loro vita, i ricercatori prevedevano che nel giro di due, tre lustri, prima della fine del secolo, sarebbe scomparsa dalla vita dei giovani la domanda religiosa. Eravamo negli anni immediatamente seguenti allo “scoppio” della secolarizzazione, della autosufficienza positivista anche a livelli popolari. Già allora però le indagini dell’istituto IARD segnavano all’80% la percentuale di giovani che dicevano di credere in Dio. Forse era il valore che indicava l’inizio del declino. Invece, da allora ogni 4 anni, fino alla presentazione di questi giorni dell’ultima ricerca, questo istituto pone ai giovani le stesse domande e ne trae risposte che si assestano sugli stessi valori. Il risultato è sempre lì a dire che le previsioni degli anni ’80 erano sbagliate. L’82% esprime una religiosità di fondo. Il 70% si ritiene cattolico Il 5% di religione cristiana senza appartenere a un chiesa organizzata L’11% si dichiara ateo Il 6% ritiene che sulla fede non ci si può esprimere Rispetto agli anni precedenti c’è un aumento di chi si dichiara ateo. Dal ’90 ad oggi tra i 15-29 enni si passa da 12 a 16, 2 a 17, 9 % .
E’ importante la religione nella vita? Per il 30 % sì Per un altro 30 % è trascurabile Per un 37 %si è nell’incertezza
Pratica religiosa Poco più del 15 % partecipa assiduamente alla funzioni religiose. I dati da mettere in correlazione sono: il 70 %si dichiara cattolico. Il 30 % ritiene importante la religione. Il 15% partecipa assiduamente alle funzioni. A riguardo della partecipazione c’è un leggero aumento rispetto alla caduta del 2000, anche se molto meno che negli anni ’80-’90.
La preghiera. Un giovane ogni 5 dichiara di pregare quotidianamente. I valori più alti sono evidentemente in chi dichiara che la religione è importante nella sua vita, quindi le risposte a questo itemnon erano di maniera. Sorprende il fatto che la percentuale rimane anche tra i giovani 18-20enni che sono i più in crisi, come vedremo Sta di fatto comunque che l’interesse per la religione non si manifesta nelle forme tradizionali di culto e di appartenenza ecclesiastica. Le caratteristiche che assume questo interesse sono:
E’ una fede non definitivamente spenta, ma che cerca nuovi spazi e nuovi riconoscimenti lontani dal tradizionale
Il dato più importante è che c’è una domanda di sacro che non trova sempre risposta all’interno delle proposte attualmente rivolte al mondo giovanile. Esiste una tensione verso la spiritualità e la fede, ma questa tensione non riesce a trovare una risposta attraverso le formetradizionali di partecipazione religiosa. Persiste però un margine di fiducia verso la Chiesa cattolica che non è sfruttato o per niente o con una qualche creatività. Molti hanno una sospensione di giudizio (44.8 %), ma un buon 20% è deciso e dichiara fiducia nella Chiesa. (cfr. 1,7) Significa che c’è un 50 % dei giovani almeno che si aspetta di essere provocato, che sta a guardare, che ha una attesa, che è pronto a decidere, a lasciarsi coinvolgere. Chi interpreta questo come indifferenza forza esageratamente in senso negativo l’attesa. Ha già deciso che i giovani non sentono di niente, mentre invece aspettano di essere chiamati in causa. Negli ultimi anni molti hanno vissuto un disimpegno nella partecipazione religiosa, ma è ampia la quota di chi dichiara di essere in crescita nella propria fede personale (cfr 1, 8) Uno dei coefficienti che fa aumentare l’interesse per la dimensione spirituale è la fiducia nei sacerdoti, che emerge da percorsi molto individuali e personali. Più della metà dei giovani dichiara di avere molta o abbastanza fiducia nei sacerdoti. Questo è unpatrimonio da giocare bene. Osserviamo ora i dati generali secondo alcune variabili: Differenza di età: l’effetto ad U La vicinanza con la religione è massima con i 15-18enni e tra i più grandi 30-34enni, mentre è minima tra i 18 e i 20 anni. I 15-18enni Il 76 % si dichiara cattolico e il 16,3 % non religioso I 30-34enni Il 72 % si dichiara cattolico e il 16, 6 % non religioso I 18-20enni Si dichiara cristiano il 61.7 % e il 18.8 % non religioso La simmetria di questa U ha qualche variazione per la crescita
Non è più simmetrica e non si ricompone riguardo all’allontanamento dalle pratiche formali. C’è ricerca religiosa, ritorno alla fede, ripensamento circa la propria posizione nei confronti di Dio, ma non passa entro le proposte ecclesiali. Esiste allora un dato interessante da valutare. Quando i ragazzi si stanno costruendo una loro nuova personalità, si aprono a nuovi spazi di vita comunitaria, entrano nella scuola superiore si avverte una parabola discendente nei riguardi dell’interesse della fede e della spiritualità. E’ necessità di mettersi alla prova, di sentirsi adulti, di separarsi dalle esperienze infantili, spesso rifiutate. Questa crisi però non appare senza soluzione. I giovani più maturi ritornano a valutare seriamente l’esperienza religiosa, ma non nei canali tradizionali in cui è collocata dalla struttura ecclesiale. |
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