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| Intervento di don Pietro Romeo | ||||||||||||||||||
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INTRODUZIONE Oggi ci accorgiamo tutti che è difficile educare, si sono interrotti i canali ordinari di trasmissione dei valori, gli adulti stessi sono incapaci di essere per i giovani e di avere per se stessi riferimenti sicuri. Non hanno quasi più certezze da offrire, se non quella di lasciare che ognuno scelga la sua strada. Da una parte la realtà sociale si fa sempre più complessa per le differenti visioni morali e religiose che si affrontano, dall'altra cresce la solitudine dei singoli che si trovano a decidere sulle questioni più vitali della propria esistenza. E' dunque necessario riscoprire il significato profondo dell'educazione e ravvivare la passione di educare, prima se stessi per essere poi in grado di educare gli altri. 1. LA FAMIGLIA COME CONTESTO EDUCATIVO Il dato antropologico su cui si fonda l'educare è sotto gli occhi di tutti: la persona non è, ma diventa. Per diventare se stessa, la persona ha bisogno di chi l'accompagni in questo percorso, perché non si diventa da soli. Il primo "altro" che il neonato incontra in questo suo diventare sono i genitori. Nel corso della storia umana i genitori hanno sempre trasmesso alle generazioni più giovani il loro patrimonio culturale, economico, relazionale; le generazioni più anziane hanno sempre espresso una qualche forma di cura nei confronti delle nuove generazioni. ogni epoca e ogni cultura hanno espresso la loro concezione di educazione. Lavorando su tali questioni, tenendo presente molte ricerche nel campo familiare, ci imbattiamo subito in una sorta di paradosso: da una parte, il compito educativo della famiglia è ritenuto sempre più irrinunciabile, dall'altra si mette sempre più in evidenza, l'inadeguatezza della famiglia attuale nell'esercitare questa funzione in maniera efficace. Ricerche approfondite, che in questa sede non abbiamo il tempo di analizzare, parlano di 'cambiamenti congiunturali'. I risultati di queste ricerche mostrano che, nel corso del tempo, le famiglie hanno incorporato nuovi schemi: il fondamento della loro educazione è stato stravolto. In particolare, si può osservare che, in sole due generazioni lo stato delle persone all'interno della famiglia si modifica: si passa dalla predominanza del genitore a quella della figlio. I bambini occupano una posizione dominante nell'ambiente familiare, mentre nella generazione precedente erano i genitori gli attori principali, che insegnavano e gestivano le relazioni. Oggi sono i bambini che prendono le iniziative e le impongono agli adulti, bambini che sono veri e propri ministri: sono loro infatti che governano i loro genitori, le pratiche educative, il ritmo della vita quotidiana, le abitudini familiari. Se guardiamo, però, alla famiglia non solo con l'occhio della scienza, ma anche con quello della vita quotidiana, vediamo questo soggetto immerso in un mare di difficoltà di ogni genere soprattutto a fronte di un aumento continuo di famiglie vulnerabili o che comunque vivono situazioni difficili: ci sono famiglie con figli disabili, famiglie in cui i genitori soffrono di problemi psicologici, psichiatrici, legati all' alcooldipendenza o alla tossicodipendenza, famiglie in situazione di povertà economica o socioculturale, ecc…. Cosa succede dunque dentro queste famiglie? Molti genitori appaiono stanchi, sfiniti, catturati dentro il vortice della vita quotidiana. Guardare a questi fenomeni vuol dire guardare alla famiglia dal punto di vista dell'educazione, cioè, non soffermarsi solo sull'analisi, ma preoccuparsi dell'intervento promozionale, o meglio di ciò che possiamo fare per aiutare genitori e figli a crescere in queste famiglie così complesse. La questione non è dunque "cosa succede?", ma piuttosto "cosa possiamo e dobbiamo fare?". Va rimessa al centro la relazione tra genitori, figli e contesto sociale, che significa prima di tutto "sentirsi parte", uscire dalle colpevolizzazioni troppo frequenti, come sostiene Papa Benedetto XVI. Dunque, ciò che si chiede ai diversi professionisti socioeducativi e agli Operatori della Pastorale è di mettersi al fianco dei genitori per aiutarli a scoprire un Progetto Educativo nel rispetto e nella fiducia verso ogni genitore, anche il più debole. Il contributo della parrocchia per l'educazione delle giovani generazioni Ci domandiamo: chi è concretamente il soggetto ecclesiale dell'educazione umana e cristiana? Attraverso chi la Parrocchia riesce a parlare alle nuove generazioni e a proporre loro il vangelo di Gesù, accanto ai valori umani? Un tempo tutto questo era chiaro: la famiglia cristiana trasmetteva la fede con la sua stessa esistenza prima ancora che con le parole. La Parrocchia poi, o meglio il prete, costituiva un punto di riferimento indiscutibile. E' evidente che anche oggi nessuno può sostituirsi alla famiglia, anche se questa è in difficoltà, ma al massimo affiancarsi ad essa per un aiuto. Ciò vale per l'educazione umana e per la stessa educazione cristiana. Fatta questa precisazione, chi sono oggi i soggetti ecclesiali educanti? In primo luogo la stessa comunità parrocchiale nella sua unità e diversità. Per dei ragazzi in crescita è fondamentale essere inseriti in una comunità capaci di testimoniare con la stessa vita la fede che intende trasmettere. I problemi legati alla mancata trasmissione della fede, investono ovviamente l'iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi. Più a monte è necessario ripensare lo stesso soggetto comunità e renderlo meno evanescente. Senza una comunità che testimonia la propria fede e la annuncia con coraggio e coerenza, è difficile che il Vangelo attecchisca e cresca nei più piccoli. La comunità parrocchiale, così varia ma non generica, così normale ma non sbiadita, è il soggetto principale della trasmissione e dell'educazione della fede. E' chiaro, poi, che al suo interno ci debbano essere operatori specializzati che, a nome dell'intera comunità, stanno vicini ai soggetti in crescita e li aiutano a diventare uomini e cristiani. vocazione e missione della Famiglia cristiana Tuttavia, non dobbiamo stancarci mai di dire a tutti che formare una famiglia è rispondere ad una vocazione. C’è un disegno di Dio che chiama quell’uomo e quella donna a diventare un’unità, immagine della sua, per una dilatazione, frutto di amore oblativo e generativo, “sacramento” del suo Amore. Questa è la vocazione alla famiglia. Ma c’è anche una vocazione della famiglia come tale. Vocazione e missione affidata alla famiglia in quanto famiglia. A questa missione sono chiamati tutti i componenti; la missione li interpella nella loro unità comunionale. E’ un’esaltante responsabilità: la famiglia cristiana non vive solo per sopravvivere, non vive solo per sé. Questa vocazione e missione della famiglia in quanto tale, occorre valorizzarla, a partire dalla comunità ecclesiale. Bisogna che nelle nostre comunità parrocchiali e diocesane, nei pastori e operatori pastorali, nelle associazioni e movimenti, ci sia la convinzione che la vocazione missionaria della famiglia cristiana è tutt’altro che secondaria e dev’essere sostenuta, perché sarebbe un errore sia chiudersi egoisticamente nella famiglia, sia indebolirne la vitalità evadendo verso impegni più gratificanti. Tanto più, che la vocazione missionaria della famiglia è nell’ordine di quelle vocazioni laicali che occorre qualificare perché sono indispensabili all’essere e all’operare della Chiesa. Senza un laicato maturo, la Chiesa non è Chiesa e senza i laici la Chiesa non può evangelizzare. E si avverte il bisogno di una cultura “con “ e “per” gli altri, gli uni con gli altri. Gli uni per gli altri. Cioè, la cultura, che, nella diversità, cerca complementarietàper tendere alla reciprocità. Se ne avverte il bisogno come apertura di speranza, per il futuro immediato della civiltà. “La speranza di far più umana la vita umana per tutti”, per usare un’espressione conciliare particolarmente cara a Giovanni Paolo II.“Il futuro dell’umanità è nelle mani di coloro che saranno capaci di offrire, alle nuove generazioni ragioni di vita e di speranza”. Si può aggiungere che la solidarietà tra le famiglie è il passaggio intermedio dalla comunione ravvicinata e intima, nel circuito interno di ciascuna famiglia, ai rapporti interpersonali, all’aperto e allo scoperto nella vasta complessità sociale. La società insomma, la comunità umana, non è fatta solo di singoli, di cittadini, quasi fossimo tutti orfani di genitori ignoti. La comunità umana è fatta di uomini e donne che sono tutti figli e molti sono sposi o fratelli perché appartengono a una famiglia. La comunità umana è interpersonale e interfamiliare. E lo è anche la Chiesa. La presenza delle coppie cristiane come tali, e non semplicemente di un singolo coniuge, nei vari momenti di vita della comunità ecclesiale, nelle diverse forme della missione della Chiesa, negli organismi pastorali, realizza e rende visibile il ministero loro proprio entro la Chiesa. E questa può così assumere una dimensione più domestica, cioè più familiare, nell’affrontare e risolvere i problemi pastorali. La famiglia infatti introduce nella comunità ecclesiale, a partire dalla parrocchia, una componente di vicendevoli aiuti e uno stile più umano e fraterno di rapporti. La vocazione e missione della famiglia si evidenzia sempre più come servizio all’evangelizzazione. Assumendo la realtà umana dell’amore ed elevandolo a segno e mezzo di salvezza, il matrimonio cristiano rappresenta un momento particolare della mediazione fra Chiesa e mondo, fra il vangelo e la storia, e ne rende vivo il reciproco dialogo. Evangelizzare: non si tratta solo di enunciare dei principi. Evangelizzare è assai di più: è far entrare nella vita la bella notizia che tocca nel vivo le persone, interpella il loro sentirsi vivere con una proposta che attende una risposta. Evangelizzare significa provocare lo stupore di un dono e di una scoperta, far sentire che si è chiamati per nome, offrire lo spazio amico di una comunità di persone che vogliono aiutarsi a rispondere. Evangelizzare: la gioia di ciò che vale. Conclusione In questi anni la nostra Diocesi ha lavorato molto perché si potesse comprendere la straordinaria interdipendenza tra famiglia e parrocchia, molto è stato fatto per evidenziare come il mondo dei giovani ha bisogno di essere maggiormente protagonista, ma molto ancora non è stato compreso. Ricordiamo i centri familiari di ascolto che collocano al centro la Parola di Dio; ricordiamo i martedì della Parola; la scuola per animatori del settore giovanile; convegni e incontri diocesani. In particolare il cammino di iniziazione cristiana che ha come scopo proprio il far interagire i giovani, le famiglie e la comunità cristiana. La convocazione diocesana, che oggi abbiamo iniziato, dunque non parte da zero ma sviluppa un terreno seminato in tutti questi anni. Occorre ora far si che tutte le comunità cristiane si interroghino sul come far fruttificare i doni che Dio ha posto nelle nostre mani. In particolare il dono dei nostri figli. «CARI GENITORI, VI SCRIVO...» E io oso ancora disturbarvi...! Dovete credere che mi muove a questo scritto proprio un affetto, una cura per la vostra famiglia, il desiderio di dirvi ancora una volta la mia vicinanza e la mia ammirazione per il vostro compito educativo, così affascinante e talora così logorante. Vi scrivo per condividere con voi una preoccupazione. Mi sembra di intravedere in molti ragazzi e giovani uno smarrimento verso il futuro, come se nessuno avesse mai detto loro che la loro vita non è un caso o un rischio, ma è una vocazione. Ecco, vorrei parlarvi della vocazione dei vostri figli e invitarvi ad aprire loro orizzonti di speranza. Infatti i vostri figli, che voi amate tanto, sono amati ancor prima, e d’amore infinito, da Dio Padre: perciò sono chiamati alla vita, alla felicità che il Signore annuncia nel suo Vangelo. Dunque il discorso sulla vocazione è per suggerire la strada che porta alla gioia, perché questo è il progetto di Dio su ciascuno: che sia felice. Non dovete dunque temere: il Signore chiama solo per rendere felici. Ecco perché oso disturbarvi. Mi sta a cuore la felicità vostra e dei vostri figli. E per questo mi stanno a cuore tutte le possibili scelte di vita: il matrimonio e la vita consacrata, la dedizione al ministero del prete e del diacono, l’assunzione della professione come una missione... Tutte possono essere un modo di vivere la vocazione cristiana se sono motivate dall’amore e non dall’egoismo, se comportano una dedizione definitiva, se il criterio e lo stile della vita quotidiana è quello del Vangelo. Vi scrivo, dunque, per dirvi con quale affetto vi sono vicino e condivido la vostra cura perché la vita dei vostri figli che tanto amate non vada perduta. Il cardinale Carlo Maria Martini
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