Intervento di don Domenico Dal Molin

 

Trasmettere alle nuove generazioni l’amore per la vita …

La Vita come Vocazione

don Nico Dal Molin

A. La parola chiave: Vocazione

Vorremmo cercare di addentrarci nell’ambito misterioso e affascinantedell’evento“Vocazione”, cercare di esplorare questo diamante puro e cristallino dalle molteplici sfaccettature, senza ridurci a guardarlo da una parte sola. Cosi’ si esprime il Concilio Vaticano II°: “La voce del Signore che chiama, non va affatto attesa come se dovesse giungere al nostro orecchio in qualche modo straordinario. Essa va piuttosto riconosciuta ed esaminata attraverso quei segni di cui si serve ogni giorno ilSignore per far capire la sua volontà” (Presbyterorum Ordinis nr.11).

In questaformulazione del Concilioci sono due elementi importanti:

  • il Signore chiama, ma in maniera del tutto ordinaria;
  • i segni vocazionali sono nell’ambito della vita di tutti i giorni; di quello che uno é nella sua storia e personalità, di quello che uno fa o desidera compiere come scelta di vita.
  • Il concetto tradizionale di Vocazione

Un’idea molto diffusa di Vocazione, presente tuttora in tante persone e in tante nostre comunità cristiane, parte da una visione piuttosto statica dell’ evento della Grazia. Si indugia, cioè, su una visione piuttosto cosificata, piuttosto essenzialista del rapporto Uomo-Dio. Questa modo di vedere la realtà vocazionale ci porta a credere all’esistenza di un modello comune e omogeneo di Vocazione, per cuiessaéuguale per tutti, é concepita come un dono, o meglio come una specie di decreto eterno, quasi una specie di ... predestinazione,che fissa in anticipo il futuro destino di colui che vienechiamato. Se uno non trova questa strada fissataper lui, “... dall’abisso dell’eterno”, se uno rifiuta questo dono édestinato a sentirsi un infelice nella vita, si porta dentro il marchio di un senso di colpa per non essere stato disponibile ad accettare questo dono che gli era stato dedicato. Si sosteneva questo tipo di formulazione con alcune espressioni bibliche importanti nell’ambito vocazionale: “fin dal seno materno io ti ho chiamato...” (Is. 49,1). Oppure si correvail rischio di diventare dei... Giona che scappavano impauriti dall’altra parte del mondo allora conosciuto, salvo poivenire raggiunti senza scampoda questo destino ineluttabile. La vocazione così intesa,era una specie di progetto pre-fabbricato, un embrione già inserito dentro al chiamato, che lui doveva scoprire, tirar fuori, far crescere; una specie di copione già scritto che aspettava solo di essere preso tra le mani e recitato, certo con una partecipazione il più possibilmente convinta, ma con una interpretazione che fosse fedele il più possibile alla lettera del testo. Si trattava di trovarequesta mappa di vita e, una volta individuata,diseguirla nei dettagli perchéquella eral’unica e possibilestrada della tua realizzazione. I toni sono un po’ estremizzati, per rendere meglio quello che si vuole dire. Il soggetto interessato a questa ricerca, aveva il compito di scoprire o meno la presenza di questa vocazione in sé; si trattava di andare alla scoperta di qualcosa che non si sapeva se c’era o non c’era. Poi gli si chiedeva di conservare gelosamente questo dono: “Attento a non perdere questo dono! Guaise perdila tua Vocazione!” Comesi può ben notare, si tratta di una visionedavvero cosificata del nostro rapporto con Dio, matotalmentein linea con tutto uno stile di vita cristiana, dimodo di pensare alla Grazia, ai Sacramenti: cose da fare o da avere.La Grazia era una … cosa; i sacramenti erano delle... cose che producevano qualcos’altro; il peccato era... qualcosa di negativo che si depositava nell’anima e bisognava tirare via.

Attenzione: nonsitratta dibuttare a monte tutto questa concezionedivocazione e anche di vita cristiana, ci mancherebbe altro!

In fondo, la chiamata alla vita ead un modo significativo di viverla resta pur sempre un evento d’amore, un dono,che tuttavia non ci fa essere solo protagonisti passivi, impegnati al massimo a trovare la nostra tana in cui rannicchiarci o la nostra gabbia dorata in cui vivere dentro. Sarà anche dorata, ma resta una gabbia dove la libertà é fatalmente compromessa.

  • L’attuale concezione biblica-ecclesialedellaVocazione

Quello che vorremmo fare é riscrivere questa dinamicavocazionale troppo cosificata, in una scrittura dialogica erelazionale; comprendere la Vocazione in una prospettiva storica e quindi anche personalistica. La Dei Verbum, il documento del Concilio Vaticano II° che ci prospetta la ricchezza e la bellezza della Parola di Dio (una vera riscoperta!), afferma: “Dio invisibile, nel suo grande amore, parla (già, parla, e quindi è un rapporto; non dà qualcosa, ma si mette in una relazione di comunicazione) agli uomini come amici, e si intrattiene (più personale di così!) con essi per invitarli ed ammetterli alla comunione con Sé”. Dio si mette in contatto con noi attraverso la storia personale di ciascuno, fatta di persone, di parole, di eventi; ed é la strada normale che Dio segue nel comunicare. E’ una lettura, questa, che ha un profondo fondamento nella Bibbia. Ricordate la narrazione della creazione in Genesi 1 e 2? Dio si intrattiene con Adamo, lo cerca ogni sera, sino al momento della sfida e del peccato, quando è Adamo a nascondersi, a sfuggire il momento dell’incontro. La strada del dialogo è presente in tutte le grandi vocazioni: Abramo, Mosé, i Profeti... Una vocazione di vita si legge all’interno di tre elementi che interagiscono tra di loro: Dio, l’uomo e la sua storia.

a. Dio, innanzitutto.

Sì, perché l’iniziativa di amore é sempre sua. Qui c’é un elemento di contatto e di continuità con la tradizione precedente sul concetto di Vocazione. C’é una presa di iniziativa divina che precede e fonda ogni possibile risposta umana: questo è un dato irrinunciabile del Vangelo e della Vocazione. E ciòesclude ogni pretesa di autochiamarsi, di autoinvitarsi: “Io devo farmi prete... Io devo farmi suora... devo...”Nessuno può imporre una vocazione. Se è un dono, (e lo é!), non é un diritto di nessuno. Non é un semplice progetto personale... Dio si presenta in maniera discreta alla porta della nostra vita: “Sto alla porta e busso...” (Apocalisse 3,20). E’ una costante azione “creativa” di Dio;non é un fatto avvenuto una volta per sempre. Dio ci crea e ci ricrea continua, ci plasma e ci riplasma, come il “vasaio” di Geremia 18. Il suo creare non é un semplice atto di potenza, ma è una Parola; non é un fare qualcosa, é un Dire qualcosa. E’ un dialogo che non ha nulla di miracoloso, ma che si inserisce nella storia personale di ciascuno, rispettandola. E nessuna realtà può bloccare questa libera iniziativa di dialogo da parte di Dio. Pensate a S. Paolo: non era propriamente un bravo ragazzo(!?), stava perseguitando accanitamente la chiesa di Gesù. Noi lo avremmo subito ripudiato, messo alla gogna,e invece Dio lo chiama! Qualisono allora i tratti di questo dialogo, di questa relazione:

  • è incondizionato; ci chiama per puro amore, non in base alle nostre personali qualità.
  • é irrevocabile, nel senso che noi possiamo anche tirarci indietro da questo rapporto, ma Dio non si ritira, si lega a noi con una fedeltà indissolubile. In questo senso la vocazione non si perde mai, perché l’alleanza amorosa stabilita da Dio rimane per sempre.
  • é una missione, un compito, un invio. La vocazione ha le sue radici nella missione; non é per se stessi, ma per gli altri; é per qualcuno da amare, da abbracciare, da aiutare, da servire; é per il Regno di Dio (che è l’Amore!) da annunciare.

Dice S. Giovanni nella sua prima lettera: “Quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto, che le nostre mani hanno toccato... tutto questo noi lo annunciamo a voi, perchè siate in comunione con il Padre e con Gesù Cristo suo Figlio”.

b. L’altro elemento complementare all’iniziativa di Dio è la libertà della persona umana, di ciascuno di noi. “La libertà é essenziale alla vocazione. Una libertà che nella risposta positiva si qualifica come adesione personale, profonda, come donazione d’amore, come ri-donazione al Donatore che é Dio che chiama” (Pastores dabo vobis nr. 36). “Non vipossono essere vocazioni, se non libere”, diceva con forza Papa Paolo VI°. Una vocazione non può nascere dal fatalismo, dalla predestinazione, dal senso della prigionia, dalla paura di tradire, dal senso di colpa di venire meno a qualcuno. Se l’offerta non è libera e spontanea, scevra da quegli elementi che la rendono “costretta dentro”, non può essere generosa e totale; è sempre condizionata, impaurita, sottoposta alla paura di un giudizionegativo di Dio su di noi.

c. Dio parla ad un uomo che é “libero”;ma questa persona é situata nel contesto di una storia. Una vocazione esiste solo quando c’è una liberta “storica” che la accoglie. Cosa significa? Abbiamo detto che la vocazione non é preconfezionata; essa si costruisce pian piano in me ... mentre; mentre ascolto la Parola di Dio e mi appassiono ad essa; mentre vivo un servizio o un gesto d’amore; mentre ascolto le esigenze di qualcuno; mentre vivo l’esperienza di un Gruppo ecclesiale, di una cooperativa, di un servizio; mentre sono disponibile, nasce e aumenta in me una disponibilità e mi decido per... La vocazione é una chiamata che prende forma dentro alla mia storia, nella scoperta dei limiti e delle potenzialità, nella lettura dei sentimenti, dei desiderie delle paure che mi porto dentro, nei sogni e nelle delusioni, nelle aspettative e nelle nostalgie, nei distacchi che mi sono richiesti e negli incontri che mitrovo a vivere.

Mentre...

Lo potrei rendere con uno slogan che ho trovato sempre profondamente attuale: E’ camminando che si apre il cammino; è camminando che intravedo sempre uno spiraglio di orizzonte nuovo. Ecco un elemento forse nuovo per voi, ma determinante ed essenziale: la decisione non é susseguente alla vocazione, ma è un elemento costitutivo della vocazione stessa; finché non ho deciso, non posso sentirmi chiamato. E allora pensiamo che le piccole scelte a cui ci provocano le nostre circostanze di vita, concorrono a plasmare la nostra vocazione, a farla emergere piano piano dalla indeterminatezza, danno una identità precisa alla nostra storia che andrà poi qualificandosi come storia laicale, matrimoniale, consacrata, presbiterale. Dio, io e la mia storia: tre elementi che interagiscono insieme e non mi fanno entrare in una ricerca angosciante di una vocazione che per me é nascosta o depositata da qualche parte, ma mi chiedono di agire con liberta e semplicità, ma soprattutto con affetto e amore, per amare la mia vita e da essa, guidato e consigliato da chi sa leggere con i grandi occhi della Vergine Maria, nelle icone russe, anche dentro il buioe la nebbia che talvolta possono avvolgere la vita.

E ricorda: ogni notte ha la sua aurora, e noi siamo chiamati a diventare donne e uomini ... aurorali!.

B. La Vocazione: un gesto di abbandono

 «Ora basta, o Signore». Anche Elia, il più grande tra i profeti, vuole morire… Lui, così energico ed entusiasta, così importante e grande che Gesù stesso gli fu paragonato, arriva ad una fase della sua esistenza in cui è così stanco e scoraggiato, così disperato che dice, in maniera perentoria: “Ora basta, Signore, prenditi la mia vita”. La parabola di Elia è quella di ciascuno di noi. Quante volte lo scoraggiamento ci porta a dire: “Non ce la faccio più … Non serve a niente essere buoni … Non cambia nulla … Non vale la pena cercare di vivere il Vangelo...” E’ troppo lungo il cammino, troppo il deserto da attraversare, troppo il dolore da sopportare. Ma sulla strada di Elia c'è un angelo: Dio interviene. E non per offrire ad Elia un cavallo bianco e possente, pronto a divorare le distanze desolate del deserto. Non toglie la fatica, semmai porta un po' di pane, un po' d'acqua. E così poco che a noi evoca quasi un castigo e invece si tratta degli alimenti più semplici e più necessari. Questo è lo stile di Dio; egli interviene con la forza delle cose quotidiane, con l'umiltà e la povertà che hanno le cose essenziali: il pane, l'acqua, l'aria, la luce, un amico. A sono proprio queste realtà povere, sempliciche risvegliano tutte le energie creatrici dell'uomo,la sua dignità e la sua libertà. Dio viene come respiro del mio respiro, coraggio del mio coraggio, fiducia della mia fiducia, non per cancellare il deserto, non come anestesia della fatica e del sole che brucia, ma come desiderio di camminare ancora, come rinnovata forza e capacità di ricominciare. Mi vede addormentato sotto il ginepro della stanchezza e viene con le cose più elementari e più necessarie: pane, acqua, riposo. Eppure, anche le “zone d’ombra” del cuore possono essere illuminate. Accostando la vita delle persone, vedo sempre più e sempre meglio delinearsi dei coni di ombra, che hanno bisogno di essere esplorati, accettati, benvoluti, riconciliati, ma soprattutto riportati alla luce.

Il cono d’ombra della “identità personale”

Spesso essa rimane un grande punto interrogativo, che lascia senza risposte due grandi domande della vita. “Ma tu chi sei veramente?” “E dove stai andando?”.Il non voler evadere queste domande richiede il coraggio di guardarsi dentro e soprattutto imparare a capire quale é la traiettoria della stima di se stessi. Cerco di spiegarmi: c’è chi, nella vita, corre il rischio di perpetuare una dinamica infantile che è quella della onnipotenza, e costruisce un monumento al proprio orgoglio che ricorda tanto da vicino la mitica“torre di Babele” di Genesi 11: la mia torre sfida il cielo... Oppure, se volete un’immagine cinematografica che è stata molto alla moda, qualcuno si può sentire comeuna specie di Titanic, il grande transatlantico che, come un gigante del mare, era ritenuto inaffondabile e che nel suo primo viaggio inaugurale incrociò un iceberg maledetto e affondò inesorabilmente nell’abisso del mare con il suo carico di storie umane dolorosamente infrante. Ci sono delle persone che sono dei “Titanic” di orgoglioe che poi la vita provvede, purtroppo, a far affondare. Ma ci sono tante altre persone, e direi che il mondo giovanile oggi è più che mai dentro a questa spirale, che vivono nei propri confronti una profonda situazione di disistima e di svalutazione.

Da una parteci sono le incertezze reali della vita, dall’altra le difficoltà ad operare scelte con lo strascico di indecisione che le precede e ne consegue;dall’altra ancora,una specie di “vuoto spinto” nella fiducia interiore, portatante persone e tanti giovani a sentirsi delusi, imbranati, stanchi, ansiosi e colpevolizzati. Potrei anche allungare questa lista “negativa” , ma penso che ciascuno é in grado di capire... Una corretta stima di se stessi passa per una lettura, magari sostenuta ed aiutata, dei propri eventi interiori e della propria storia relazionale, che permette di capire potenzialità e limiti, di valorizzare gli uni e integrare gli altri, senza inutili ritorsioni contro se stessiche ci fanno colare inesorabilmente a picco.

  • Una affettività non cresciuta

Spesso la nostra affettività viene vissuta in maniera maldestra: siamo incapaci di trovare l’a-b-c dell’amore, propensi a gettare le nostre spazzature sotto il tappeto, per non vederle noi eper nonmostrarle agli altri. E’ il difficile ma inevitabile confronto con il mondo dei propri sentimenti, che può diventare una sorgente perenne di acqua fresca che dà vitalità e creatività alla vita del cuore, alle relazioni, alle comunicazioni; ma è anche un confronto che, se evitato, ti mette nell’orbita della repressione. Le conseguenze della repressione sono piuttosto negative: se da una parte il reprimere non fa cambiare nulla della tua vita, perché non puoi cambiare quello che non conosci o non vuoi conoscere, dall’altra rappresenta un pacco bombacon la miccia accesa, pronto ad esplodere quando e dove meno te lo aspetti. Imparare a conoscere i propri sentimenti dominanti, significa fare un grosso passo verso la liberazione del cuore e insieme ritrovare l’aria pulita, e non carica di ozono, in cui far respirare la nostra voglia di bene, la nostra sete di amore. Sarebbe interessante rivedere, a questo proposito, un film del grande regista e “maestro” svedese Ingmar Bergman: “Scene da un matrimonio”, un filmdel 1974. Esso è più che mai attuale epotrebbe fornire delle interessanti chiavi di lettura non solo per la vita di coppia, ma soprattutto per l’approccio ad un mondo così fragile e vulnerabile come quello della propria affettività, così imperfetta e per questo così umana.  

  • La necessità ela ricerca di una esperienza di vita interiore

E’ questo il terzo cono d’ombra: esso è rappresentato dalla ricerca di uno spazio dispiritualità che ti permette di “rientrare in te stesso” (i rabbini ebrei chiamano questo ritorno a se stessi la “teshuvàh”); che ti aiuta ad avere un colpo d’ala, per reimparare a guardare la realtàcon uno sguardo più complessivo e quindi anche più distensivo. “Ti rialzerò, ti solleverò su ali d’aquila ... “dice una notacanzone che riprende il bellissimo testo di Esodo 19,4. Si tratta di dare un senso e una radicalità al nostro essere discepoli di Gesù; significa trovare, in un investimento di fiducia piena in lui, le modalità, i tempi, i ritmi con cui camminare lungo le strade della vita. Riprendendo una famosa canzone di Bob Dylan, i giovani degli anni 60 cantavano: “Risposta non c’é o forse, chissà, caduta nel vento sarà...”

E invece la risposta c’é!

Non é un colpo di bacchetta magica alla HarrY Potter, non é il Genio risolvi-tutto della Lampada di Aladino, ma è una bussola per orientarci la vita, per non perdere le coordinate del nostro viaggio, per sentire che le parole che un giorno Gesù disse a Giairo, capo della sinagoga di Cafarnao, ma soprattutto padre sull’orlo della disperazione, perchè la sua piccola figlia stava morendo, quelle parole sono parole vere, forti e sacre anche per noi: “Non temere, continua solo ad avere fede in me” (Mc 5,36). E’ il viaggio radicale e deciso che il Vangelo di Luca domanda al discepolo di compiere, insieme con Gesù, quando egli intraprende, deciso, la strada di Gerusalemme, e suoi apostoli sono titubanti, perplessi e in balìa di un dubbio interiore che li porta a chiedersi se vale davvero la pena di seguirlo (cf il viaggio di Gesù verso Gerusalemme: Lc 9,51 - 18,28).

  • Nell’orizzonte luminoso del “discernimento”

Eppure, il cammino di liberazione dai complessi o dai tabù culturali, non significa boicottare in maniera inappellabile il dominio di se stessi e quel sacrosenso del pudore che rende credibile una persona, proprio perché non si colloca in maniera acritica nella massa degli esibizionisti istintivi. Oggi si parla molto della parola discernimento: è una parola importante, che deriva la sua etimologia da una parola latina: “discretio”. Essa significa letteralmente discrezione, capacità di valutare, discegliere quello che si può esprimere con delicatezza e un minimo di buon gusto. A guardare giornali e Tv, c’è da dire che l’arte della discrezione sembra davvero scomparsa e che la caduta di delicatezza e buon gusto sono dei tonfi generali, ma non per questo più accettabili o scusabili. La sincerità autentica nasce da un cuore capace dimettersi in ascolto del Maestro interiore, per usare una immagine stupenda di S. Agostino, per riconoscerlo e seguirlo, evitando il grande rischio di essere dei “pellegrini solitari”,che possono ritrovarsi dentro ad una spirale di presunzione ingenua o di desolazione senza speranza. E’ una abbraccio rassicurante che ti tiene in piedi e ti fa camminare con il cuore sereno. Allora è assaiprofondo e vero quello che propone uno scrittore spagnolo contemporaneo, Giambattista Torellò: “Solo alla luce di Dio, cadono le maschere e appare un volto”. O ancora, con le parole stupende di una poetessa, Mercedes de Gournay: “Chi potrà dimostrarmi che ho un volto, se non il bacio di Dio stesso?”

  • Quella tenerezza del Padre che incoraggia la fiducia

C’è un passo davvero molto bello nel Vangelo di Matteo (10,28-31), che può ben essere la sorgente di alcune intuizioni spirituali e vocazionali, capaci di spalancare il cuore alla fiducia:

28 E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l`anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna. 29 Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia. 30 Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; 31 non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri!”

Voi valete più di molti passeri! E’ la tenerezza di un Dio che si prende cura dei passeri, che tiene conto delle mie cose più fragili ed effimere: mi conta i capelli in capo. Sono un passero che ha il nido nelle mani di Dio, eppure ho paura, perché i passeri continuano a cadere a terra, continuano a morire bambini a migliaia, venduti per poco più di due denari. Lui lo sa e ripete per tre volte: “Non temete, non abbiate paura, non abbiate timore”. Neppure un passero cade a terra senza che Dio lo voglia. Dio non si colloca tra salute e malattia, ma tra disperazione e fiducia. Dio sta nel riflesso più profondo delle lacrime, per moltiplicare il coraggio. Non placa le tempeste, dona energia per continuare a remare dentro qualsiasi tempesta. E noi proseguiamo nel cammino della vita attraverso il miracolo di una fiducia che non si arrende, di cuori che non disarmano. “Nulla ci potrà separare dall'amore di Dio, né spada, né morte, né angeli, né demoni (Rom 8,39). L'anima può morire! Sono apportatrici di morte la superficialità, l'indifferenza, l'ipocrisia, quando togli anima, coraggio e innocenza; quando deridi gli ideali e gli innamorati. È il disamore che fa morire. “Di un peccatore si può fare un santo, ma di coloro che non sono niente, né cristiani, né pagani, né appassionati né freddi, né santi né peccatori, di loro, le anime morte, che cosa ne faremo?” (Charles Peguy).

C. Per continuare a vivere la SCELTA

Per scegliere é importante chiedere il dono di uncuore libero dalla paura.

C’è una parola assai importante nella bibbia, che viene ripetuta ben 366 volte in aramaico: una parola per ogni giorno dell’anno, anche di quellobisestile:”AL TIRA’ ... NON TEMERE” (cf la ricerca della biblista Bruna Costacurta). La vita finalmente libera dalla paura significacoraggio ritrovato,fermezza di propositi assuntie un cuore serenoe riconciliato. E’ una sicurezza che si basa sulla fiducia di una Parola, quella di Dio, che opera quantodice: “Come la pioggia e la neve scendono giù dal cielo e non vi ritornano senza irrigaree far fecondare la terra; cosi’ ogni mia parola non ritorneràa me, senza operare quanto desidero; senza aver compiuto ciò per cui l’avevo mandata; ogni mia parola... ogni mia parola...” E’ il canone stupendo, che fa partedel repertorio dei cantigiovanili e che attinge la bellezza del testo da Isaia 55, 10 -11. E’ una forza d’animo nuova che ci permette di accettare, nella trepidazione, ma anche nella certezza di non essere soli, quella parola di “invio” con cui il Signore raggiunge la vita di ciascuno. E’ la possibilità di ritrovare una posizione eretta, in grado di guardare non più solo per terra, curva sotto il peso della propriafragilità e paura, ma di guardare le cose e le persone diritte negli occhi, per capire quello che veramente vivono e provano; di guardare in altoper cercare quello spiraglio di cielo, di azzurro che ridà entusiasmo, forza, calore ad una vita spesso duramente provata. E’ il bellissimo messaggio che arriva dal miracolo della guarigione che Gesù opera nei confronti diuna donna “ricurva” raccontato da Luca in 13,10-17. Certo, la capacità di fare fronte alle paure può manifestarsi anche con delle modalità negative, perché frutto di un indurimento del cuore, di una repressione dei sentimenti, di una non accettazione della propria fragilità; e tutto ciò diventa spavalderia, sfrontatezza, ostinazione. E’ quello che la Bibbia stigmatizza con una sola parola: il cuore indurito, la... “sclerocardia”!

La condizionedi “creatura” rende l’uomo strutturalmente fragile. Per questo c’è in lui una radicale “tensione” alla Vita, alla Salvezza, alla Trascendenza, in un progressivo cammino di abbandono e di liberazione interiore. E’ quel messaggio stupendo che cogliamo nella finale del Vangelo di Marco. Le donne vanno al Sepolcro, al mattino presto, quando il sole sta per sorgere; come non pensare che il sole sorgivo é Gesù risorto? Vedono la grande pietra del sepolcro rotolata via, e nel loro cuore subentra unsenso profondo di timore, di sbigottimento, di spavento. Ma il messaggio dell’angelo arriva chiaro e profondo: “‘Al tirà: non temete! E’ risorto, non è qui; vi precede in Galilea, come già vi aveva detto.” (Mc. 16, 1-8). E allora andiamo! Se Lui ci precede, se Lui cammina davanti, perché temere?

E ricorda: la paura di oggi porta in sé anche la fiducia di domani.

  • Ad una condizione...

Voglio esprimere questa condizione essenziale, con una parabola che viene dalla sapienzagiapponese. “Unsaggio maestrogiapponese, noto per la saggezza delle sue dottrine, ricevette la visita di un dotto professore di università, che era andato da lui per interrogarlo sul suo pensiero. Il saggio maestro, secondo l’usanza, prima di tutto servi il tè: cominciò a versarlo, colmando la tazza del suo ospite, e poi continuò a versare tranquillamente, con una espressione serena e sorridente. Il professore guardava il tè traboccare, ed era talmente stupito, da non riuscire a chiedere spiegazione di una distrazione così contraria alla norme della buona educazione. Ad un certo punto non riuscì più a contenersi: “E’ ricolma! Non la puoi ricolmare di più” - esclamò spazientito. “Come questa tazza - disse il saggio imperturbabile - tu sei ricolmo della tua cultura, delle tue sicurezza, delle tue congetture erudite e complesse. E allora, come posso parlarti della mia dottrina, che é comprensibile solo agli animi semplici e aperti, se prima non vuoti la tua tazza?”

Ricorda: dove c’è presunzione non c’è posto per la piccola grande parola: “‘Al tirà: non temere”.

D. Quando un SI’ crea stupore...

Abbiamo bisogni di riappropriarci del sentimento dello stupore. Vivere lo stupore ci fa essere persone che finalmente escono da uno stato di letargo per riappropriarsi di questo frammento di storia che abbiamo appena vissuto insieme. E ci stupisce che alcune cose siano accadute, quasi ne avessimo perso la memoria; che ci sia stata quella particolare scoperta o quel fatto culturale; che quella persona così importante e famosa se ne sia andata; che quella particolare calamità abbia colpito una popolazione. Ci stupiscono la morte e la vita, le passioni e i desideri, i tradimenti e l'amore, l'avventura e il coraggio, l'indifferenza e la curiosità, la guerra e la pace, l'odio, la violenza o il mondo incantato delle relazione buone, riconciliate e accoglienti. Uno stupore di cui avevamo perso traccia nella nostra affettività; uno stupore che ci fa bene, perché ci aiuta a riprendere confidenza nella maniera giusta con la vita, a non lasciarci travolgere dagli eventi, ma anche a non restare ciechi di fronte ad essi.

Perché questo lungo preambolo?

Perché oggi più che in passato ci sono dei SI’ che creano stupore, per i quali viene voglia di risponderequasi con una sorta di imbarazzata meraviglia: "Oh, non é possibile..."

  • Il gusto della meraviglia

Ci si può stupire di fronte ad imprese favolose o a situazioni eclatanti, come si può restare meravigliati di fronte ad una straordinaria quotidianità. Cerco di spiegarmi: se vedo un esperto di "sci-alpinismo" scendere con gli sci piedi lungo pareti ripidissime innevate e rocciose, con balzi di una agilità straordinaria, non posso non restare stupito; ma quella esperienza é di pochi, anzi di pochissimi. E se vedo un campione o un atleta vincere una gara con dei riscontri eccezionali o con uno sforzo fisicoche il responso del cronometro rileva essere favoloso, solo che abbia provato anche una sola volta ad esercitarmi in quella disciplina e inquello sport, non posso non restare stupito, vedendo la eccezionale performance compiuta da questo atleta, avendo ben presente la mia difficoltà a fare qualcosa di appena simile. Tuttavia, personalmente, resto ancora più stupito da quei fatti che esprimono il coraggio nella vita quotidiana: quando vedo una persona che sa sopportare con pazienza la sua malattia o sofferenza econ un grazie ricambia quel pocoche le doni di attenzione, aiuto e conforto, il cuore resta attonito e stupito. Quando incontro qualcuno che di fronte ad un bisogno si dichiara subito disponibile, senza domandare perché, per cosa, per come facendomi capire, come diceva S. Agostino, che l'amore non mette limiti all'amore, come posso non vivere la meraviglia? O quando, in un momento di difficoltà, di stanchezza, di tristezza, trovo qualcuno che non é schiavo dell'orologio e scappa via dicendo: "Ti ascolterò un'altra volta, perché ho tante cose da fare... ", ma lascia le cose da fare, si ferma, e con pazienza e dolcezza mi ascolta, credo sempre di più alla forza travolgente dello stupore. O ancora quando, dopo essere rimasto in silenzio per tanti mesi con una persona amica, nel momento dell'incontro ritrovo tutta quella carica di simpatia, di affettuosità e di calore umano che mi fa sentire accolto, capito e profondamente a mio agio, come posso non trovare le parole di un personale e originale ... Magnificat ?

  • Anche i giovani stupiscono ancora

Sì, lo credo davvero, nonostante tutto quello che si può dire dei giovani, sulle loro rapide appartenenze o non appartenenze, sui loro entusiasmi e sulle loro tristezze, sulla loro voglia di partecipare o sul loro disinteresse, sull'essere una generazione X, Y o Q…, cioè difficile da qualificare come l'incognita di una espressione algebrica, o sull'essere fin troppo caratterizzati dalla loro fragilità, non identità e incostanza, sul loro umanesimo tranquillo, perbene ma impermeabile ed indifferente. Nonostante tutto questo i giovani sono capaci di stupire ancora e, perché no, anche di stupirsi. Sarà scontato, magari banale quello che dico, ma permettetemi di dirlo una volta ancora: in tanti giovani, spesso così bistrattati dall'epidemia dei sondaggi un po' troppi "mirati" a darci una certa immagine del mondo giovanile, io continuo a trovare la freschezza dell'amore, quello vero, quello che non fa calcoli e non passa attraverso filtri e alambicchi del ragionamento: l'amore che si butta e basta.

Sono pochi quelli che vivono questo tipo di amore?

Non mi interessa; so solo che esso contrasta con l'apatia dilagante, con laattenzione al proprio interesse, con la politica non del bene comune, ma del proprio stare bene. Tutto ciò mi riporta alla mente una stupenda affermazione di una scrittrice lettone, che più di una volta mi accompagna nelle mie riflessioni di vita: Zenta Maurina Raudive. "All'unità del mondo contribuisce ogni singola persona che sappia realizzare queste tre cose: spiritualizzare la propria vita; prendersi a cuore ilconoscere l'altro eascoltarlo; essere abbastanza umileper valorizzare ciò che gli é estraneo”. Credo, poi,che i giovani stiano riscoprendo, magari con difficoltà e spesso in maniera incerta e confusa, la via della compassione. Ne sono prova i tanti segni di generosità che si possono cogliere nell'ambito del volontariato giovanile. Se esiste una porta attraverso la quale noi possiamo entrare nell'intimo dell'uomo, questa porta si chiama proprio “Compassione”. Dice sempre Zenta M. Raudive: "Nella compassione l'anima del nostro vicino si schiude come una gemma al sole..”.

La compassionecrea un filo invisibile che porta immediatamente a noi le esperienze del nostro prossimo. La compassione non va confusa con emozionalità o sensibilità eccessiva. Chi é eccessivamente sensibile sviene alla vista di una ferita o del sangue; chi ha compassione si china sul ferito e lo cura. Chi é facilmente emozionabile piange per un film in cui sono rappresentate le grandi tragedie della vita. Tornato a casa, però, chiude la porta della sua abitazione e del suo cuore, perché chi é nel bisogno non veda la sua ricchezza e non disturbi la sua tranquillità. Se andassi a qualsiasi delle GMG o agli incontri ecumenici di fine anno,organizzati dalla Comunità ecumenica di Taizè, sono certo che lì potrei incontraregiovani capaci di amore, capaci di rispetto e tolleranza, capaci di vera compassione, senza tante parole o fatui esibizionismi. "Un maestro di vita spirituale era affascinato, come un bambino, dalle invenzioni moderne. Non riusciva a riaversi dallo stupore quando vide una calcolatrice tascabile.

Più tardi, benevolmente, disse ai suoi discepoli:

"Pare che un sacco di gente abbia queste calcolatrici tascabili, ma niente in tasca che valga la pena di calcolare..."Alcune settimane dopo un visitatore gli chiese che cosa stesse insegnando ai suoi discepoli. Egli rispose: "Ad avere e a dare le giuste priorità: meglio avere i soldi che calcolarli; meglio vivere un'esperienza, che perdere tempo e parole per definirla". Ecco, credo che oggi ci siano ancora dei cuori giovani, capaci di fare una esperienza grande nella loro vita, un'esperienza che stupisce loro stessi e crea fascino e stupore attorno: é l'esperienza di chi osa dire, con trepidazione e con meraviglia, un SI’ fedele, un SI’ totale a Gesù, che ripete adesso come duemila anni orsono: "Vieni e seguimi". Un SI’ che crea stupore, perché denso di fiducia, di rispetto, di compassione.

E. QUALCHE SPUNTO PER LA RIFLESSIONE

 

1. E' giusto avere una visione più "positiva" dei giovani, oggi, rispetto a quanto viene spesso diagnosticato e proposto in termini piuttosto pesanti e negativi da una corrente di pensiero che li vede (o li vuole?) incapaci di scelte grandi, capaci di stupire, come le scelte che sanno mettere la vita a disposizione dei fratelli?

2. Quali potrebbero essere le strade oggi più in sintonia con il mondo giovanile per una giusta educazione allo stupore e al senso della meraviglia, capace di andare oltre la soglia di indifferenza e di assuefazione acui spesso i "mass-media" oggi ci abituano e ci omologano?

3. Come mai lascelta vocazionale capace di dire un SI’ a Cristo, crea tanto stupore (nel senso anche negativo del termine)?

Perchédire di SI’ a Gesù può diventare quasi motivo di scandalo, anche all'interno di famiglie e gruppi che si muovono dentro ad una sensibilità che amaautodefinirsi "ecclesiale" ?

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