(Cattedrale di Locri 5 gennaio 2026)
È bello per me essere qui con tutti voi, fratelli e sorelle, popolo santo di Dio che è in Locri-Gerace. Saluto Voi sacerdoti, diaconi, consacrate e consacrati, seminaristi, ministranti, coristi e musicisti, associazioni, per aver voluto essermi accanto in questo giorno. In passato ho sempre vissuto in intimità questa ricorrenza, ma era giusto quest’anno viverla in una più ampia condivisione e partecipazione. Grazie per essere qui. Vi confesso di aver proprio bisogno della preghiera della mia comunità, senza la quale il ministero di un vescovo va in affanno. Lo fate in ogni celebrazione eucaristica e ne avverto i benefici.
Permettetemi un saluto specialissimo ai confratelli vescovi Mons. Giovanni Checchinato, arcivescovo metropolita di Cosenza, mons. Giuseppe Alberti, vescovo di Oppido-Palmi. E’ una bellissima sorpresa per me avervi vicini.
Saluto le Autorità civili e militari.
La Parola di Dio che ci è stata proposta in questa solennità ci offre tanti stimoli di riflessione. Ne richiamo qualcuno. Cominciando dalle parole dell’Apostolo Paolo che ricorda agli Efesini il ministero della grazia ricevuto da Dio: “Penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio, a me affidato a vostro favore” (Ef 3,2-3. 5-6). Il ministero della grazia che l’Apostolo dice a lui affidato è un evento di grazia che proviene da Dio: “le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo”. Questa bella notizia ci ricorda che tutti i popoli, proprio tutti, nessuno escluso, sono chiamati alla salvezza, appartengono a Dio e da Lui sono amati e redenti. Per questo oggi, nel giorno della manifestazione del Signore, l’Epifania, possiamo cantare: “Ecco, viene il Signore, il nostro re: nella sua mano è il regno, la forza e la potenza” (antifona, Ml 3,1; 1Cr 29,12).
Celebriamo il Signore che si è fatto carne per noi e come noi, per manifestarsi al mondo come il Dio vicino, che ama essere con noi. Gesù è la luce del mondo che viene a salvarci e a liberarci dalle tenebre del male. La sua salvezza non è un privilegio per pochi, ma un dono per tutti. Il profeta Isaia molti secoli prima invitava a rivestirsi di luce e a far rispendere la gloria del Signore: “Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te… Su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te”.
Abbiamo bisogno di questa luce. Il mondo tutto ne ha bisogno, per non finire nel tunnel della morte, rifiutando la luce del Dio che salva. La chiediamo per tutti in questa difficile ora, in cui gli Stati sembrano piombati nella paura di essere aggrediti e credono di trovare sicurezza nella forza delle armi e nell’incremento degli arsenali bellici. E di fronte al potere della forza sembrano aver perso il valore della pace, della cooperazione, del dialogo, delle relazioni diplomatiche.
Le letture che abbiamo ascoltato sono le stesse della liturgia della mia ordinazione sacerdotale avvenuta il 5 gennaio 1976, nella chiesa parrocchiale santa Maria del Colle in Mormanno, quando posi le mie mani in quelle del mio vescovo Domenico Vacchiano, di felice memoria, affidando la mia vita a Dio e consacrandola al servizio della Chiesa. Non posso dimenticare il gesto della prostrazione a terra, segno di totale abbandono alla volontà di Dio e della più completa disponibilità all’azione dello Spirito Santo; come anche l’imposizione delle mani da parte del vescovo e dei presbiteri presenti, la solenne preghiera di ordinazione, l’unzione delle mie mani con il sacro crisma.
In quella celebrazione erano presenti i miei genitori, emozionati ma pieni di gioia, sapevano che in me si compiva un mistero grande, al quale mi avevano preparato con la loro testimonianza di una vita dignitosa e onesta. Vivendo del proprio lavoro, con la ricchezza della loro umanità, con umiltà, concretezza e sobrietà, formandomi al senso della responsabilità e del rispetto. Da loro ho capito come il Signore si serve dei piccoli per realizzare i suoi progetti.
Come all’Apostolo Paolo, anche a me il Signore ha fatto dono del “ministero della grazia” per il bene di tutta la Chiesa: della mia diocesi di origine (Cassano all’Ionio), dove ho svolto gran parte del mio ministero, ma anche delle altre diocesi in cui ho operato (Albano Laziale, Roma, San Marco Argentano-Scalea). Il “ministero della grazia” è stato un dono grande anche per me, che ho vissuto nel servizio parrocchiale, nell’insegnamento nel seminario maggiore, nell’incontro con le vicende umane e le ferite di tante coppie in difficoltà che sono ricorse al tribunale ecclesiastico, accusando di nullità il proprio matrimonio.
Delle parrocchie in cui ho operato ricordo quella di San Girolamo in Castrovillari, che ho servito per quasi 29 anni, dal 1985 al 2014. In essa ho scoperto la bellezza dell’essere parroco, dello stare tra la gente, dell’incontro con le sofferenze dei più piccoli, del consiglio e dell’accompagnamento spirituale. La fatica più grande è stata quella del costruire comunità in un territorio periferico con abitanti provenienti da varie parti e senza una precisa identità socio-culturale. Ho compreso quanto la gente, le famiglie, i ragazzi e i giovani avessero bisogno di spazi e momenti di aggregazione sociale. L’esperienza parrocchiale, vissuta in più paesi, mi ha fatto comprendere quanto sia attuale e necessaria l’azione delle parrocchie sia a livello religioso che sociale.
Questa esperienza è andata avanti sino al 20 luglio 2014, quando il santo padre Francesco volle che fossi ordinato vescovo di questa chiesa e lo stesso giorno iniziai il ministero nella concattedrale di Gerace, “confidando nella fedeltà di Dio” (“speravi in misericordia Dei”).
I miei 50 anni di servizio sacerdotale, di cui 12 di servizio episcopale, mi hanno dato tanto: la mia vita è tutta racchiusa negli anni del sacerdozio, in un ministero sacerdotale vissuto nella ricchezza e varietà dei suoi compiti. Non riuscirei a comprendermi al di fuori di questo ministero.
Non è il caso di dilungarmi: quello che stiamo vivendo non è un momento celebrativo, ma azione di ringraziamento a Colui che in me ha tanto operato, nonostante i miei limiti.
Sento però il bisogno di ringraziare il Signore per i sacerdoti che mi ha messo accanto e che mi sono stati sempre vicini, “nella buona e nella cattiva sorte”, si dice degli sposi nel rito di matrimonio. In me non è mai venuta meno la consapevolezza del dover camminare insieme ad altri presbiteri nello spirito dell’aiuto reciproco e della collaborazione. In umile sottomissione a Cristo ed al Vangelo. La bellezza dell’essere prete sta nell’essere-con… con Dio, con i confratelli, con la gente. L’ordine sacro nel grado del presbiterato è un sacramento che pone i sacerdoti in una relazione che rende più bella e gioiosa l’esistenza di chi lo vive per vocazione e non per mestiere. Per me è stato il dono più grande che il Signore poteva farmi.
Da vescovo ho avvertito il peso e la responsabilità del ministero, ma anche la gioia di viverlo in una terra bella e accogliente, molto diversa rispetto alle narrazioni correnti. Non dimenticherò, tra le esperienze pastorali vissute, quella della visita pastorale dal 2019 al 2023. Percorrendo in lungo ed in largo, il territorio diocesano, ho conosciuto tanta umanità: l’umanità della sofferenza vissuta con dignità, dell’uomo in stato di detenzione che paga gli errori commessi, con in cuore la speranza di rialzarsi. Ho incontrato tanti giovani studenti nelle loro scuole. Ho scoperto un territorio, abitato da tanti uomini e donne che con impegno e creatività hanno saputo inventarsi attività produttive interessanti, creare aziende, che danno lavoro e creano futuro. E in questo modo contribuiscono ad allontanare lo spettro dell’emigrazione.
Riascoltando il racconto dei Magi, mi è tornato in mente la sera dell’ordinazione sacerdotale, in cui sono state imposte le mani sul mio capo. Erano le 17 del pomeriggio di un giorno umido e piovoso. Riaffiorano le parole incoraggianti del mio vescovo, i tanti pensieri che affollavano la mente, l’emozione di fronte ai riti di ordinazione che consacravano la mia vita al servizio della chiesa. Da allora non ho dimenticato che si è sacerdoti per un progetto pensato e voluto da Dio, che non si diventa sacerdote per perseguire interessi personali o per altri riconoscimenti, che la fedeltà a questo progetto può essere messa duramente alla prova e solo la ricchezza della sua grazia può portalo a compimento.
L’esperienza dei Magi ci aiuta a rileggere il cammino sacerdotale. I Magi erano uomini di scienza, non tanto nel senso che volevano conoscere molte cose, quanto perché volevano di più. Volevano capire di più la vita, cosa conta di più. Come i Magi anche il sacerdote è in cammino, alla ricerca di Dio e del suo amore. Il suo è un cammino non sempre in piano, con prove e imprevisti. Come la stella, la sua fede lo mette in moto, orienta e sostiene la sua vita.
In questa comunità diocesana in 12 anni ho vissuto la tappa più significativa della mia maturità sacerdotale: la pienezza del sacerdozio. Con tutta la sua ricchezza, con le sue responsabilità e problematiche. Sono stati anni che mi hanno fatto comprendere quanto sia bella (ma non per questo facile) la vita di consacrazione, quanto sia importante servire una comunità mettendo da parte ogni ambizione.
Ho imparato che il cuore del ministero non è fare molte cose, ma rimanere uniti al Signore, senza nulla anteporre al suo amore, lasciandosi amare e correggere da Lui, camminare con il popolo, condividere le sue gioie e le sue fatiche, ascoltare più che parlare, sperare anche quando sembra difficile. Ho ricevuto più di quanto ho saputo dare. Penso di non essere andato alla ricerca di consensi e di non aver scelto scorciatoie e preferito la via più facile. Per questo non sono mancati gli errori. Anche se non è questo il momento di fare bilanci, spero nella comprensione e nel perdono da parte di quei sacerdoti o laici, con cui la collaborazione è stata più difficile, faticosa e problematica. Taluni si aspettavano di più. Ma quello che conta è darsi senza riserve, lavorare senza risparmiarsi, mettere al primo posto il bene della chiesa.
Se in questi anni qualcosa è stato costruito, se qualche germe è fiorito, se qualche ferita è stata curata, non è merito mio, ma del Signore che ha operato attraverso mani povere, spesso inadeguate, ma aperte e disponibili. Tutto è avvenuto grazie ai sacerdoti che con lealtà e dedizione mi hanno collaborato nei diversi uffici diocesani. Li ringrazio tutti indistintamente.
Cinquant’anni di sacerdozio non sono un traguardo, ma una pausa di riflessione e di ringraziamento al Signore e, mi piace aggiungere, anche di gratitudine verso quanti hanno avuto cura di te e del tuo vivere quotidiano. Il mio pensiero riconoscente va anche ai medici, agli infermieri e a tutti coloro che, con pur fra tante difficoltà, mi sono stati vicini incoraggiandomi nel momento della sofferenza e prendendosi cura di me, offrendomi la forza di continuare a camminare.
Una cosa è certa per me: non mi sono pentito né stancato di essere sacerdote. Al Signore chiedo solo di rimanere pastore secondo il suo cuore, per quanto Lui vorrà.
“Spero in Dio: ancora potrò lodarlo, Lui, salvezza del mio volto e mio Dio”. E insieme a tutti voi rendo grazie a Dio, “perché è buono, ed il suo amore è per sempre”. Amen.







